ISSN 2239-0758
domenica 26 febbraio 2017
 

Il reducismo e la lezione di Renzo De Felice PDF Stampa E-mail
Scritto da Eugenio Di Rienzo, Corriere della Sera, 7 maggio 2016   
Il 25 maggio 1996 moriva Renzo De Felice. Con la sua scomparsa veniva meno non soltanto uno dei più grandi storici italiani della seconda metà del Novecento, ma anche una personalità pubblica che, per tempra morale e coraggio intellettuale, rappresentò a lungo uno dei più acuti interpreti del suo tempo. Per ricordare il ventennale della scomparsa di Renzo De Felice, il 23 maggio, il Dipartimento di Scienze Politiche della Facoltà Scienze politiche, Sociologia, Comunicazione della Sapienza ha organizzato un incontro di studi per ricordare lo storico che terminò la sua carriera accademica in quella Facoltà. All’incontro hanno partecipato Giuseppe Conti, Francesco D’Ovidio Lefebvre, Alessandro Guerra, Mario Toscano, Luca Scuccimarra, Paolo Simoncelli, Eugenio Di Rienzo, di cui qui pubblichiamo un estratto dell’intervento che è stato pronunciato in quell’occasione. Tra fine 1987 e inizio 1988, Renzo De Felice, rilasciava due interviste al «Corriere della Sera», su antifascismo e Costituzione repubblicana, che molto rumore e scandalo suscitarono nel mondo politico e intellettuale italiano. In margine a quelle polemiche, il 22 febbraio 1988, il suo intervistatore, Giuliano Ferrara, scriveva allo storico: «Mi faccio vivo al ritorno di un viaggio per esprimerle, sia pure in ritardo, un sentimento di stima e di viva gratitudine. Lei è stato con me, da intervistato a intervistatore, di una correttezza assoluta ed esemplare. Ma molti, troppi, direi, l’avevano invitata, sin dal primo momento, a correggere il tiro, a prendere qualche distanza, a non offrire pretesti per una risibile campagna di insinuazioni, a proposito delle “indicazioni” politiche del redattore del “Corriere” al quale aveva concesso il discusso colloquio. La perfezione del suo comportamento e l’eleganza della sua scelta di replicare ai critici con una seconda intervista mi hanno sbalordito. E’ un caso di sicurezza di sé, di serenità d’animo e di fiducia delle idee, di cui ormai, purtroppo, è rarissimo trovare esempio nel mondo politico e in quello intellettuale. La ringrazio e spero che i nostri colloqui professionali abbiano un seguito intellettuale e professionale». Di quella «serenità d’animo», di quella fiducia nelle proprie idee, ben altre prove aveva fornito De Felice per superare gli ostacoli – di natura accademica, editoriale e istituzionale – che molti gli opposero. Noto è il linciaggio giornalistico che fece seguito all’apparire dell’Intervista sul fascismo del 1975. Linciaggio che provocò l’indignata reazione di Rosario Romeo sulle pagine del «Giornale Nuovo» di Montanelli, dove si ricordava che lo studioso era stato additato alla «pubblica esecrazione», quasi che la «sua opera spianasse la via a chissà quali restaurazioni del fascismo: e questo in un paese dove l’avvento al potere del partito comunista è questione di viva attualità». Nota è anche l’insofferenza di alcuni collaboratori della casa editrice Einaudi per la pubblicazione del primo volume della vita politica di Mussolini, che pure aveva avuto l’autorevolissimo avallo di Delio Cantimori. Ormai divulgato, è l’episodio del rifiuto di De Felice di collaborare ulteriormente alla stesura delle voci del Dizionario Biografico degli Italiani, una volta accertato l’intervento censorio da parte del responsabile della sezione di storia contemporanea (Piero Craveri) sulla voce «Arturo Bocchini», redatta da Piero Melograni, dove erano riportati alcuni giudizi di esuli antifascisti sulla «correttezza amministrativa» del massimo responsabile dell’apparato poliziesco del regime dal 1926 al 1940. Un atto, questo, che provocava la ferma reazione di De Felice, nella lettera indirizzata al direttore dell’opera Alberto Maria Ghisalberti, il 19 dicembre 1969, dove si motivava la decisione di non voler continuare la collaborazione col Dizionario «a causa dell’impossibilità di conciliare le mie idee su come trattare i problemi di storia contemporanea con i criteri di giudizio che animano la redazione competente per questo genere di voci». Oggi i tempi sembrano cambiati e anzi, da parte degli stessi esponenti della sinistra storiografica che pronunciarono il «crucifige!» contro De Felice, si sono manifestati segni di decisa apertura verso la sua opera. Certo alcuni storici, come Sergio Luzzatto e Gustavo Corni, questo ultimo in un pretenzioso libello, pubblicato nel 2011, dalla Salerno Editrice, continuano a ritenere i suoi scritti politicamente pericolosi per aver addirittura accelerato l’involuzione autoritaria del sistema politico italiano. Eppure, Nicola Tranfaglia, che nel passato non mancò di criticare De Felice, in un articolo dove lo si accusava di aver inferto una «pugnalata alle spalle» alla coscienza antifascista, lo ha definito, solo qualche anno fa, «un gran ricercatore di storia sul piano dell’interpretazione», limitando la sua critica alla «insufficiente chiarezza impiegata nella metodologia». Anche un altro intellettuale embedded, come Salvatore Lupo, autore di un’interpretazione del fascismo radicalmente alternativa a quella del biografo di Mussolini, ha elogiato la produzione scientifica di De Felice, aggiungendo però che la sua maestria nella ricerca storica era in buona parte dovuta alla sua passata militanza giovanile nel Pci, dal quale, occorre ricordare, che lo storico uscì sdegnato, insieme a molti altri intellettuali, dopo la tragedia ungherese del 1956. Anche nel passato più lontano, De Felice ebbe estimatori che pure non condividevano tutte le sue idee. Si trattava, però, di personalità alte e nobili, Cantimori, Franco Venturi, Alessandro Galante Garrone, soprattutto Leo Valiani. Fu Valiani a indirizzare a De Felice, il 16 giugno del 1967, una corrispondenza dove si riconosceva l’impossibilità di fare storia del passato, basandosi sulla memoria appassionata dei protagonisti. Era proprio chi aveva assunto una posizione di grande responsabilità nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, tra 1944 e 1945, a sostenere, che come Salvemini, autore di una durissima requisitoria contro Giolitti, non poteva essere storico attendibile dell’età giolittiana, l’interpretazione del fascismo non doveva fondarsi sulla visione mitologica elaborata da antifascisti o da reduci del regime di Salò. Da questo punto di vista, né le «storie fasciste» della guerra civile, né i contributi storiografici di esponenti del Pci e dei militanti del Partito d’Azione sul Ventennio potevano costituire analisi obiettive di quella drammatica stagione. Nel finale della lettera, Valiani, con grande umiltà, così scriveva a De Felice, che da poche settimane aveva pubblicato Mussolini il fascista. La conquista del potere (1921-1925), secondo tomo della monumentale biografia dell’inquilino di Palazzo Venezia: «Ho chiesto a Venturi, che ha volentieri accettato, di lasciarmi aprire, nel n. II, 1967 della “Rivista Storica Italiana”, una discussione sui tuoi volumi e in quell’occasione avrò lo spazio necessario per dire anche tutto il bene che penso della tua opera che, al di là dei singoli punti di dissenso (non evitabili per la diversità di generazione e di esperienza che corre fra me e Te) mi sembra un’opera fondamentale. La Tua obiettività nei confronti del fascismo mi può lì per lì perfino irritare, ma come io stesso, nei confronti dell’età giolittiana, dò ragione all’obiettività di Valeri o Salvatorelli rispetto alla passionalità di Salvemini, così gli studiosi del 1980 daranno probabilmente ragione alla Tua obiettività, Quel che noi, che abbiamo necessariamente ancora una certa posizione passionale nei confronti del Fascismo, possiamo fare di utile, è di segnalarti anche con critiche (e così io ho fatto), quel che sappiamo per esperienza sofferta, e che tu puoi non aver avvertito, dovendoti basare su fonti così sovente ingannevoli, anzi costruite ad arte allo scopo di trarre in inganno». Come dire, che il «reducismo» di una parte e dell’altra, se era al più in grado di alimentare i fuochi fatui di una memoria divisa, restava invece estraneo alla possibilità di fare storia a parte intera, che certo mai poteva essere attività bipartisan ma che deontologicamente si doveva sforzare di temperare l’ardore delle tendenze settarie. In definitiva fu questa la più grande lezione di De Felice che lo storico sintetizzò in una frase vergata poco prima della sua scomparsa. «Lo storico non può essere unilaterale, non può negare aprioristicamente le “ragioni” di una parte e far proprie quelle di un’altra. Può contestarle, non prima, però, di averle capite e valutate».
 

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