ISSN 2239-0758
domenica 26 febbraio 2017
 

Cinque secoli sotto il Leone di San Marco PDF Stampa E-mail
Scritto da Liliana Martissa Mengoli   

Cinque secoli sotto il Leone di San Marco
1267 (1421) – 1797

Il dominio di Venezia iniziato de facto alla fine del XIII secolo, ma sancito de jure nel 1421 con la rinunzia dei Patriarchi di Aquileia al loro potere marchionale, non era stato accettato senza contrasto dalle fiere cittadine istriane.
L’abdicazione definitiva al diritto di reggersi in Comune di Pola, città più volte vinta, saccheggiata e costretta a fornire ostaggi a Venezia, si ebbe appena nel 1331 e ancora nel 1348 ci fu l’ultimo tentativo di ribellione da parte di Capodistria, conclusosi con una solenne e onerosissima resa, la Reconciliatio Justinopolis, dopo che il Comune ebbe sottoscritto di volere “semper remanere sub dominio, protectione et subiectione” del Serenissimo doge di Venezia.

La Signoria di Venezia non si estese mai alla Contea di Pisino nell’Istria interna, montuosa, aspra e poco abitata, che rimase nel nesso dell’Impero, insinuandosi fra le terre di San Marco e saldandosi con i domini asburgici della Carniola (di cui faceva parte), della Contea di Gorizia e di Trieste. Feudo di origine ecclesiastica (appartenente ai Vescovi di Parenzo) era passato ai Conti di Gorizia e successivamente, nel 1374 alla Casa d’Austria.

Tale territorio, fatto oggetto di immigrazione di Slavi proveniente dalla Carniola fin dal sec. XI, rimase per secoli più arretrato rispetto all'Istria veneta, anche per ragioni istituzionali. Era costituito infatti, a differenza dai Comuni costieri con ordinamento municipale, da piccole signorie feudali che dominavano su una popolazione prevalentemente rurale.

La linea di confine fra veneziani e imperiali rimase per secoli disomogenea e mai chiaramente definita, generando conflitti locali, con sconfinamenti e razzie di bestiame, che si acuivano nei periodi di vera e propria guerra fra le due entità statali.

 

M. Jaillot - Estat de la seigneurie et republique
de Venise en Italie - 1706 (particolare). La linea di confine fra "Istria veneta" e "Istria austriaca"."

A partire dal Quattrocento la storia dell’Istria veneta si confuse con quella di Venezia e gli istriani che si erano sempre considerati parentes dei veneti, che parlavano la stessa lingua e che vantavano di aver dato a Venezia famiglie ragguardevoli (fra le quali quelle dei dogi Pietro Tradonico nel IX sec. e Pietro Polani nel XII sec.) si integrarono pienamente per affinità etniche, linguistiche e culturali nello stile di vita della Dominante.


I loro figli servirono fedelmente la Serenissima nella diplomazia (ricordiamo gli incarichi di dragomanni presso la Corte ottomana, appannaggio di nobili casate) e soprattutto in armi, come capitani di terra e di mare nelle numerose guerre che la Repubblica di S. Marco condusse nel corso dei secoli, contro la Repubblica di Genova nella guerra di Chioggia, contro l’Impero e la Lega antiveneziana di Cambrai, contro i pirati Uscocchi protetti dagli Asburgo nella “guerra di Gradisca”, ma soprattutto nella politica di contenimento della minaccia turca in Adriatico e nel Mediterraneo.

Tommaso de Tarsia
(dragomanno grande presso gli Ottomani).
Gli interpreti dovevano vestire alla "turca".

Conte Rinaldo Carli (dragomanno grande).

L'istriano Biagio Zulian dà fuoco alle polveri a la Canea (Candia) quando irrompono i turchi (1645). Quadro a olio di Bartolomeo Giannelli.

Nel 1571 due galee istriane presero parte alla battaglia di Lepanto nella flotta del doge Mocenigo, una di Capodistria al comando di Domenico del Tacco con l’insegna “liona con mazza“ (tuttora conservata) e l’altra di Cherso al comando del sopracomito Collane Drasio, con l’insegna “S. Nicola”.

Il sopracomito capodistriano morì in seguito alle ferite riportate, ma nella sua città, “spettatrice non oziosa nel gaudio universale del mondo cristiano”, a ricordo della battaglia vittoriosa combattuta contro il Turco nel giorno di Santa Giustina, fu eretta una colonna che prese il nome della santa.

La bandiera di combattimento della galea "Liona con mazza" (Museo regionale di Capodistria).

Capodistria - Colonna di Santa Giustina.

Per quanto riguarda l’ordinamento politico, la Dominante concesse alle città e ai borghi istriani (Podestarie) di amministrarsi secondo gli antichi Statuti comunali di epoca patriarchina, redatti in forma definitiva fra Quattrocento e Cinquecento, conservando leggi e consuetudini peculiari (come, ad esempio, l’istituto della comunione dei beni fra coniugi, in contrapposizione al regime in uso a Venezia), ma gestì saldamente il potere politico e giudiziario accentrandolo nelle mani dei podestà di nomina veneziana che erano anche giudici, affiancati dal Consiglio di Nobili cittadino.

 

VITTORE CARPACCIO - L'ingresso del Podestà Sebastiano Contarini al Duomo di Capodistria 1516, attorniato dai nobili della città.

Nel corso del tempo, il ruolo e la posizione dell’Istria subì una evoluzione che portò la penisola a configurarsi in forma di provincia, quasi un tertium genus, rispetto al resto del Dominio Veneziano (né "Stato da Terra", né "Stato da Mar") con una dipendenza sempre più stretta dal Governo di Venezia e un ruolo preminente e di controllo assegnato al Podestà e Capitano di Capodistria sulle altre Rettorie ( o Podestarie).

Capodistria - Palazzo Pretorio.

Un significativo esempio di questo rapporto quasi metropolitano fra l’Istria e Venezia è l’istituzione a Capodistria nel 1584 di una Magistratura di estrazione interamente veneziana (il Tribunale di Appellazione) costituito dal Podestà e Capitano della città, affiancato da due consiglieri, anch’essi veneti.
Altra figura istituzionale di rilevanza provinciale era il Capitano di Raspo (con sede a Pinguente) dipendente dal Consiglio dei Dieci, che aveva il compito di organizzare le cernide (milizie territoriali) per la custodia dei confini con i turbolenti imperiali e, a partire dal 1592, anche quello di sovrintendere alla colonizzazione delle terre incolte e spopolate con lo stanziamento di sempre nuovi immigrati.

Intanto le città della penisola istriana andavano assumendo l’aspetto architettonico veneto con logge comunali, palazzi di stile veneziano, calli e campielli, mentre molti campanili riecheggiavano la forma tipica di quello più celebre di S. Marco a Venezia. Dovunque dominava il Leone marciano su palazzi pubblici, porte cittadine, vere da pozzo. Gli stemmi dei podestà veneziani facevano bella mostra di sé su palazzi pretori, su fontane e altre opere pubbliche, ma l’orgoglioso patriziato istriano non rinunciò ad esporre le proprie insegne nobiliari sulle facciate dei palazzetti di famiglia.

Pirano
Casa detta del "Lassa pur dir"
(sec XV).

Pirano
Campanile della chiesa
di San Giorgio.

leone

Leone di Venezia.

Pola - Palazzo Comunale.

 

L’insediamento urbano rimase prevalentemente costiero con antichi abitati sorti su isolotti, penisole o promontori (come Capodistria, Isola, Pirano, Parenzo, Rovigno) mentre le cittadine erette su alture (come Montona, Buie, Portole, Grisignana, Pinguente) presentavano il tipico aspetto dei borghi e delle città medioevali dell’Italia centrale.
All’interno, nell’Istria austriaca, vi erano due centri principali: Pisino, capoluogo della Contea e Pedena, piccola ma antichissima sede di diocesi.

Montona - Panorama

Rovigno - Panorama.

Pirano - Il mandracchio.

Nel Quattrocento e Cinquecento, per ripopolare le contrade demograficamente depresse in seguito a pestilenze, carestie e guerre, iniziò da parte del Governo veneziano un’azione di colonizzazione nelle ville (villaggi) con genti provenienti, dapprima con scarso successo dalla penisola italiana (veneti, friulani, perfino bolognesi) e successivamente dai Balcani e dall’Egeo. Si trattava di profughi cristiani che fuggivano dai loro paesi in seguito alla penetrazione turca (Costantinopoli cadde nel 1453). Non mancavano minoranze di greci e albanesi, ma la maggior parte era costituita da Morlacchi, popolazione romanica slavizzata, che vennero a rinforzare lo stanziamento di Slavi già presenti nel contado dell’Istria fin dal Medioevo.

Il trasferimento di famiglie morlacche proseguì anche nel Seicento, provocando conflitti non ancora etnici, ma di carattere sociale a causa del comportamento di quegli abitanti novi e novissimi, poco inclini a una vita tranquilla e operosa, dediti più alle rapine che alla coltivazione dei campi, che risultavano molestissimi ai vecchi abitanti e alimentavano il fenomeno del brigantaggio.

Così descrive Prospero Petronio nel 1681 ("Memorie sacre e profane") gli habitanti novi della "villa" di Altura (situata fra Dignano e Pola), provenienti dall'Illirio. "Son' huomini duri, robusti, bellicosi, avvezzi a rapinare, portarono molto tempo grandissime molestie alli Paesani, inferendo giornalmente danni nella Campagna e nelle Mandre. In tempo di guerra sogliono la state portarsi buon numero nella Dalmazia, dove uniti alla gente morlaca si portano in partita nelle pertinenze del Turco ....Schivano d'imparentarsi con altri che con abitanti novi e fanno le solennità nuziali con gran feste e tripudi, conducendo la sposa a luoco vellata, con seguito di Parenti ed amici, a Cavallo ben in arnese et armati. Vestono all'usanza morlacha, rasi 'l capo con mustacchi alla Turchesca e alle volte barba lunga".

 

Nei villaggi slavi perdurava il Comune rustico il cui reggimento amministrativo era molto semplice. Gli abitanti si riunivano sotto l’ombra dei tigli o dei ladogni nella piazza del paese per eleggere lo zuppano e due giudici cui era delegato il potere giudiziario e di governo.

Nell’insediamento etnico istriano si venne a consolidare così una dicotomia. Nelle città risiedevano gli italiani, popolazione autoctona discendente dai latini, mentre nelle ville del contado erano presenti popolazioni allogene dedite all'agricoltura e al servizio delle cernide (leva militare).

Le due comunità convissero per secoli in una forma di spontanea, sostanziale apartheid, anche se non priva di fenomeni di osmosi (gli slavi che si urbanizzavano in genere si venetizzavano, mentre in campagna non erano rari fenomeni inversi).

Diversa era la lingua parlata.

I cittadini usavano l’istro-veneto, dialetto di origine romanica “contaminato” dal veneto. Un altro linguaggio romanzo, pre-veneto, esisteva nel sud-ovest della penisola (nella “Polesana”), simile ad alcuni dialetti italiani. E’ stato denominato dal glottologo Ascoli “istrioto” e tuttora perdura in alcune località come Dignano, Valle, Gallesano, Rovigno, anche se è in via di estinzione.

Nelle zone rurali, presso le comunità non italofone, erano diffusi linguaggi di origine slovena (a nord del fiume Dragogna) e di origine croata ( stocavo e ciacavo). Non mancavano parlate di origine rumena, quelle dei Cicci (stanziati sull’altopiano detto Cicceria) e dei Ciribiri (lungo la valle d’Arsa). A Peroi, un villaggio nei pressi di Pola, dal 1657 era presente anche una comunità montenegrina di religione greco-ortodossa.

Una montanara della Cicceria.
(Augustus Selb, 1842).

Contadina di Peroi (con costume del Montenegro) (August Selb, 1842).


Per quanto riguarda la lingua scritta, nella vastissima produzione di atti e documenti reperibili negli archivi, come pure in tutte le espressioni letterarie e scientifiche si usavano il latino e l’italiano (spesso venetizzato). Così pure nelle epigrafi poste sui monumenti.

Rare scritte in glagolitico, l’antica lingua della Chiesa cattolica croata (il cui più antico documento, la lapide di Beska (Veglia), risale al 1100, si riscontrano in ambiente rurale dell'Istria interna (dal Carso al Pisinese e all'Albonese) per influenza della cultura glagolitica delle isole di Veglia e di Cherso e della costa croata (Vinodol, Segna). Sono stati ritrovati anche messali, libri di preghiere e qualche sporadico documento non ecclesiastico.


Plurale e composita era anche la musica popolare.
Nelle città della costa occidentale e nei centri maggiori dell’interno dominava la musica tonale secondo la tradizione italiana e dell’Europa occidentale. Si cantavano villotte, strambotti, stornelli, e si ballavano, oltre alle villotte, anche furlane e monferrine, mentre. nell’area istriota del sud-ovest, a Dignano, era presente una particolare forma di discanto di origine medioevale e comune anche alla sponda dell’Adriatico occidentale.

Presso gli Slavi, si ballava il Kolo e la musica si modulava secondo scale musicali peculiari (recentemente denominate “ scala istriana” dal compositore Ivan Matetic Ronjgov) e un andamento a due voci (discanto) con intervalli non temperati.
Anche i Cicci avevano melodie particolari che non si basavano sul sistema tonale.
Naturalmente tutte queste espressioni musicali si prestavano a fenomeni di contaminazione reciproca.

La distinzione fra italiani e slavi, fra cittadini e “ contadinanza” perdurò nell’Istria veneta per tutto il Settecento.

Paolo Naldini, vescovo di Capodistria, così descrive in “ Corografia ecclesiastica” gli abitanti della sua diocesi.

Marchese Francesco Gravisi di Capodistria (anni 11).

Gentildonna della famiglia
Besenghi degli Ughi.

Mentre i cittadini sono italiani (“originari di una Provincia d’Italia”) per “ la gravità del portamento, la foggia del vestito, la norma dei costumi e la pronuncia del linguaggio”, gli “Schiavoni, qui detti volgarmente Schiavi, e altrove con più dolce pronuncia Slavi” parlano un linguaggio che è “un dissonante concerto di strepitose consonanti”. E inoltre: “robusti di forze, forzuti di complessione, complessi di ossatura, paiono nati ad incallire nella faticose coltura dei terreni e nella cura indefessa degli armenti. Infino le Donne, nelle fatiche non meno maschili, maneggiano i Bovi, guidano i Carri e portano gravosi pesi sul capo…”.

Gli uomini “ vestono una Giubba di lana grisa, stesa quasi al ginocchio; usano un Cappello con falda rivolta a foggia di Berrettone, ed armano la destra di un’Asta cinque, o sei palmi lunga, e ferrata nella cuspide o con tagliente scure o con acuminato coltello, detta dai medesimi, Picco. Anche le donne indossano una veste di pelo griso l’Inverno e di filo bianco l’Estate, stesa dal collo fino alla metà della gamba…..fasciano poscia il capo con un panno di candido lino, ossia asciugatoio, che loro cuopre tutti i capelli, ed infino le orecchie a guisa di grande Celata o di piccolo Turbante”.

Anche nel culto della religione cattolica, osserva ancora il Naldini, sussiste una differenza fra le due nazioni perché, mentre ai fedeli italiani, i Sacerdoti officiano la Messa in latino e predicano in italiano, agli slavi, per più ampio e singolare privilegio, non solo la predica, ma anche la Messa e i Sacramenti sono somministrati in linguaggio "schiavo".



Se l’insediamento si presentava multietnico e plurilinguistico, non così si può dire per la cultura nelle sue espressioni più alte (letteratura, scienze e arti). Nel solco della tradizione latina, essa rimase legata ai canoni propri della penisola italiana e inserita nel vasto panorama europeo.

L’architettura sviluppò, dopo il bizantino e il romanico del Medioevo, lo stile gotico-veneziano, rinascimentale, barocco e neoclassico, secondo la scansione temporale dell’arte italiana. Nella pittura, accanto alle opere commissionate ad artisti di fama come Tiziano, Paolo Veneziano, Tintoretto, Cima da Conegliano, Vittore Carpaccio e sua figlio Benedetto Carpaccio che prese dimora a Capodistria, compaiono anche esemplari di artisti locali fortemente influenzati dalla scuola veneta come Bernardo Parentino, allievo dello Squarcione.

Ancona di Cima da Conegliano.

Originale del contratto tra Cima da Conegliano e il convento di Sant'Anna di Capodistria per la commessa dell'ancona. Tratto da "L'Istria Nobilissima" di G. Caprin - Trieste 1907.

Trascrizione del sopra citato contratto. Tratto da "L'Istria Nobilissima" di G. Caprin - Trieste 1907

La musica colta annovera nel primo Cinquecento Andrea Antico da Montona, noto non solo per le sue frottole (canzoni delle corti rinascimentali italiane) ma soprattutto per essere inventore della stampa musicale a caratteri mobili e raffinato editore di musica sacra a profana. Dopo di lui vennero Francesco Sponza e Antonio Tarsia e nel Settecento il grande virtuoso del violino nativo di Pirano, Giuseppe Tartini, compositore e teorico della tecnica violinistica musicale.

Frontespizio del "Liber Quindecim Missarum" con Andrea Antico (editore) che presenta la sua opera a Papa X (1516).

Lettera di Giuseppe Tartini a G. Battista Martini. (Bilioteca del conservatorio "G.B. Martini" di Bologna)

Umanesimo e Rinascimento conobbero in Istria esponenti di rilievo come Pier Paolo Vergerio il Vecchio, studioso di fama internazionale di storia, teatro e pedagogia (il suo trattato “De ingenuis moribus et liberabilibus studiis” ebbe uno straordinario successo in tutta Europa) e Santorio Santorio (amico di Galilei e di Paolo Sarpi), inventore della clinica medica moderna, di strumenti medici e professore all’Ateneo di Padova.

Una pubblicazione di Pier Paolo Vergerio il Vecchio

Una pubblicazione di Santorio Santorio

 

Istriano era il geografo e cartografo Pietro Coppo, che descrisse in latino nella sua opera manoscritta in quattro libri “De toto Orbe” il mondo allora conosciuto (compresa la parte d’America scoperta da Cristoforo Colombo) insieme a un Portolano e a un opuscolo sull’Istria, “Del sito de Listria” cui attinsero celebri cartografi come l'Ortelio e il Merula (Paul van Merle), nonchè Leandro Alberti per il capitolo su "Istria decimonona regione dell'Italia" nella sua opera" “Descrittione di tutta Italia”. (Visualizza documento)

 

 

L'Istria nella Cosmografia Generale di Paul van Merle (1605)

Degno di particolare menzione è il filosofo di ispirazione platonica Francesco Patrizi di Cherso, la cui opera monumentale “Nova de universis philosophia” fu messa all’Indice, mentre ebbe maggior fortuna il suo trattatello utopistico “La città felice”. Fù amico di Torquato Tasso, ma nè confutò polemicamente le idee nel trattato “Della poetica”. Entrambi furono sepolti a Roma nella chiesa di S. Onofrio.

Il Cinquecento istriano non fu esente dagli influssi del movimento luterano proveniente da oltr’Alpe che ebbe un certo seguito fra la popolazione, tanto che si ha notizia di numerosi processi istruiti dal Tribunale dell’Inquisizione contro esponenti di tutte le classi sociali.

Pier Paolo Vergerio il Giovane, vescovo di Capodistria, dopo aver ricoperto prestigiosi incarichi in Europa per conto del Pontefice, fu sospettato di eresia protestante e dovette riparare all’estero. Ebbe per implacabile avversario il suo concittadino Girolamo Muzio, esponente della Controriforma (malleus hereticorum), l’erudito che partecipò anche vivacemente alla disputa dei letterati del tempo sulla questione della lingua (sua è la “Battaglia in difesa dell’italica lingua”).

Francesco Patrizi - Frontespizio dell'opera "Della Historia Diece Dialoghi".

M. Flaccio Illirico (tratto da un'antica stampa di Norimberga.

Propugnatore di spicco della Riforma luterana fu Matteo Flaccio Illirico di Albona (che mutò il nome da Vlacich in Flaccius) il quale però visse e operò in Germania.


Nel Seicento e Settecento il dibattito intellettuale si sviluppò nelle Accademie dove le idee avevano modo di circolare non solo per l’influenza dei centri culturali di Venezia e di Padova (alla cui Università si addottorò una folta schiera di istriani fin dalla fondazione dello Studio patavino), ma anche grazie ai contatti personali e agli scambi epistolari fra i soci delle varie accademie d’Italia.

Esempio dei rapporti fra gli accademici "Risorti" di Capodistria e i "Concordi" di Rovigo. G.Rinaldo Carli "Principe dei Risorti"era anche "Acclamato" dei Concordi.

Non va dimenticata l'Istituzione a Capodistria nel 1675 con ducale di Nicolò Sagredo, di un Collegio, detto anche dei Nobili per l'educazione della gioventù (visualizza documento). L'Istituto ginnasiale, prodromo degli studi universitari, contribuì sotto vario nome a formare la classe intellettuale della intera provincia dal Seicento fino alla prima metà del Novecento.

Il collegio Giustinopolitano detto anche "Dei Nobili".

Il secolo dei Lumi si chiuse con Gian Rinaldo Carli, l’illuminista capodistriano, illustre poligrafo, amico e collaboratore di Pietro Verri. Iniziatore con “Antichità italiche” degli studi storici e archeologici istriani, è stato considerato anche antesignano del sentimento di unità nazionale degli italiani per il suo articolo “Della patria degli italiani” apparso a Milano su “ Il Caffè” nel 1765 (visualizza documento).
Con la caduta della Serenissima Repubblica di S. Marco nel tremendo zorno del dodeze (12 maggio 1797) cessava di esistere anche la plurisecolare Signoria veneziana sull’ Istria così come sulla Dalmazia.

"L'Italie" di G. DE L'ISLE, AMSTERDAM 1792

 

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