18 febbraio 1947, il treno della vergogna

Nell’Italia del dopoguerra l’accoglienza dei profughi istriani, fiumani e dalmati non sempre fu generosa, sia per le difficoltà economiche diffuse che rendevano precaria la sopravvivenza, sia per pregiudizi ideologici. Da un lato i connazionali dell’Adriatico orientale venivano visti come concorrenti nell’assegnazione delle scarse risorse che la neonata Repubblica italiana poteva mettere a disposizione di sfollati, disoccupati e famiglie che avevano subito lutti durante il conflitto. Dall’altro la presenza di uno dei Partiti comunisti più robusti e radicati dell’Europa occidentale creò un clima di ostilità verso coloro i quali erano dipinti come fascisti in fuga dal paradiso socialista che il compagno Tito stava edificando nella vicina Jugoslavia e nelle province del confine orientale italiano che aveva ottenuto grazie al Trattato di pace del 10 febbraio 1947.

Non sono poche le testimonianze dirette che raccontano delle sassaiole e degli insulti che accoglievano i profughi polesani quando sbarcavano dalla motonave Toscana ad Ancona o a Venezia per poi proseguire il viaggio in treno verso un Centro Raccolta Profughi, mentre raramente si riuscivano a svolgere manifestazioni di solidarietà in maniera indisturbata. Il professor Stefano Zecchi ad esempio ha più volte ricordato di quando da bambino andava col padre ad accogliere i profughi giuliano-dalmati che sbarcavano a Venezia sventolando una piccola bandiera tricolore, rimanendo altresì disorientato quando prendevano il sopravvento le contestazioni dei militanti comunisti. Proprio il 18 febbraio 1947 un convoglio ferroviario che trasportava centinaia di polesani di ogni estrazione politica e sociale, famiglie intere, verso i campi profughi, non potè effettuare la sosta programmata a Bologna per ricevere generi di conforto per i passeggeri (molti dei quali stipati in carri bestiame con una balla di fieno per nucleo famigliare per scaldarsi nel gelido inverno). Gli altoparlanti della stazione minacciavano lo sciopero e la paralisi della circolazione ferroviaria se si fosse fermato “il treno dei fascisti”, ferrovieri e manifestanti indottrinati dal PCI e dalla CGIL rovesciavano sui binari i bidoni del latte caldo che le organizzazioni assistenziali avevano preparato. Il treno fu costretto a proseguire il suo percorso verso il Centro Raccolta Profughi allestito presso la caserma “Ugo Botti” di La Spezia, fermandosi a ricevere qualcosa solamente nella stazione di Fidenza, in provincia di Parma.

Oggi ricorre l’anniversario di questa triste pagina di storia italiana, ma conforta sapere che in questi giorni il Treno del Ricordo, promosso dal Ministro per lo Sport e i Giovani per il terzo anno consecutivo, sta portando in giro per l’Italia una mostra multimediale che racconta le foibe, l’esodo e i campi profughi, riscuotendo molta attenzione, anche da arte degli studenti, nelle stazioni in cui si ferma. Bologna compresa. 

Lorenzo Salimbeni