Il 25 giugno 1991 la Slovenia proclamò l’indipendenza dalla Jugoslavia, ottenendola effettivamente dopo un breve conflitto, a differenza di quanto avvenne in Croazia, ove la secessione da Belgrado portò a quella che, in base ad una delibera del Parlamento di Zagabria, viene ufficialmente definita la “Guerra Patriottica” che si concluse nel 1995.
L’apparato produttivo sloveno aveva a lungo fatto da traino alla federazione jugoslava, in cui il benessere era garantito dall’assistenzialismo della dittatura comunista. L’assenza di comunità serbe autoctone in territorio sloveno fu uno dei motivi per cui la Slovenia addivenne all’indipendenza senza eccessivi spargimenti di sangue, mentre la figura di Tito, padre e padrone della Jugoslavia, rimase in auge non solo tra i nostalgici della vecchia Lega dei Comunisti, convertitasi in Partito Socialdemocratico, ma anche tra quei nazionalisti che videro in lui l’artefice dell’annessione di quello che definivano il Litorale (Capodistria, Pirano, Isola) e dell’alta valle dell’Isonzo, restando il rimpianto per Gorizia (stigmatizzato edificando Nova Gorica) e Trieste.
Non è stato quindi immediato il percorso di rielaborazione e storicizzazione dell’appartenenza della Slovenia alla Jugoslavia (1945-1991), ma già la commissione paritetica storico-culturale italo-slovena che lavorò negli anni Novanta per la ricostruzione del Novecento in quest’area di confine mosse i primi passi in questa direzione.
Nel 1996 si giunse alla Legge sulla riparazione dei torti, con cui si prevedevano indennizzi per le persone o i loro eredi che potessero dimostrare di essere stati perseguitati sul suolo sloveno durante il regime di Tito a partire dalla fase rivoluzionaria che ne gettò le fondamenta nella primavera 1945. Dal 2015 poterono accedere a tale risarcimento simbolico anche gli esuli italiani, i deportati ed i loro eredi provenienti dalle località annesse alla Jugoslavia (e oggi in territorio sloveno) con il Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 e con il Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 (ex Zona B del mai costituito Territorio Libero di Trieste).

Lubiana istituì poi una commissione governativa incaricata di individuare le sepolture e le fosse comuni in cui le salme degli oppositori del nascente regime vennero occultate. I macabri ritrovamenti avvalorarono le ipotesi che parlavano di decine di migliaia di vittime, tra le quali rientravano sicuramente i nostri connazionali deportati durante i Quaranta giorni di occupazione titina da Trieste, Gorizia e Capodistria e di cui non si seppe più nulla.
Il Presidente della Repubblica Borut Pahor (proveniente peraltro dal Partito Socialdemocratico) non fu da tutti apprezzato in Slovenia allorchè il 10 luglio 2020 si tenne per mano in silenzio con il suo omologo italiano Sergio Mattarella davanti al Monumento nazionale della Foiba di Basovizza, riconoscendo le responsabilità jugoslave per le vittime che quel luogo onora, riferendosi simbolicamente a tutti gli infoibati, deportati e uccisi in diverse circostanze e località.
Il percorso di rilettura della storia pubblica in Slovenia andò comunque avanti, giungendo infine all’istituzione nel 2022 del 17 maggio come Giornata nazionale delle vittime del comunismo da parte di un esecutivo di centrodestra a fine mandato. Le successive elezioni portarono al governo una maggioranza di centrosinistra che il 17 maggio 2023, mentre si celebrava per la prima volta tale ricorrenza civile, la abrogò, dando adito a furiose polemiche. Il parlamento europeo esortò le istituzioni slovene a ripristinare tale ricorrenza civile, ma solamente la nuova maggioranza che ha consentito al leader conservatore Janez Jansa di tornare a capo del governo dopo le recenti elezioni politiche ha deliberato, praticamente appena insediato il nuovo Parlamento, di ripristinare la ricorrenza del 17 maggio.
Hanno infine fatto discutere alcune iniziative prese dal capo del governo in occasione delle cerimonie istituzionali dei festeggiamenti per l’anniversario dell’indipendenza, Dapprima avrebbe diramato disposizione tali da impedire agli epigoni delle associazioni partigiane di presenziare con i labari recanti insegne riconducibili al passato regime, poi ha anche effettuato un intervento insieme alla Presidente della Repubblica Natasha Pirc Musar (espressione della Slovenia progressista), ove il protocollo prevedeva che fosse soltanto il Capo dello Stato a tenere un discorso ufficiale.
Lorenzo Salimbeni