Il Ricordo ai tempi dell’Intelligenza artificiale

Il compianto professor Giuseppe Parlato prematuramente scomparso lo scorso anno, concludeva il suo
discorso al Quirinale per il Giorno del Ricordo del 2019 riflettendo su “Quando fra cento anni anche i
discendenti degli esuli saranno scomparsi, e con loro quel patos e quei valori che ci hanno tramandato, che
cosa resterà della memoria se la Storia non avrà fatto la sua parte?”

Memore di quelle parole, anno dopo anno, non solo in occasione delle celebrazioni che abbracciano la data
del Giorno del Ricordo, non smetto mai di immaginare cosa resterà di quel Ricordo, di quel patos di tutto
quello che in Adriatico fu italiano, non tra cento anni, ma negli immediati dieci, venti anni o trent’anni. E
quanto resterà nel ricordo di quell’italianità adriatica che cento anni fa si estendeva a macchia di leopardo
da Trieste a Cattaro. Quanto resterà delle opere, di Bajamonti, di Marco Marulo, dell’ ultimo sindaco di
Zara Girolamo Luxardo e dei tanti italiani che – come ricordava il professor Parlato – abitavano in Istria,
Fiume e Dalmazia sentendosi italiani ben prima che l’Italia esistesse?

Cercando di commemorare le origini e le conseguenze del Trattato di Rapallo in occasione del centesimo
anniversario della sua firma, provavo a ragionare sul concetto di Unglechzeitigkeit evocato da Claudio
Magris in un dialogo del settembre 2020 con il presidente Conte.

Citando un passo del “Danubio” di Claudio Magris, l’allora presidente Conte si riferiva a questo concetto di
Ernest Bloch ampliandolo e spiegandolo: “ Ci sembra impossibile che per i nostri figli sia già irrevocabile e
sconosciuto passato ciò che per noi è ancora arduo presente”.

Molto acutamente Claudio Magris dopo aver spiegato meglio come Bloch coglieva “quei fremiti di futuro
che ci sono anche in quel passato che non ha avuto modo di sviluppare i semi che racchiudeva e che non è
detto siano morti” analizzando ancor meglio il concetto di utopia ”sale della Terra” riferendosi a Don
Chisciotte a Dulcinea, e al suo destriero Ronzinante, dimostra come il concetto di utopia sia qualcosa “che
sa che il mondo non è tutto là dove lo vediamo e come lo vediamo”.

Cercando di scendere forse in forma eccessivamente repentina dai ragionamenti di Claudio Magris, non
posso esimermi dal riflettere su dove nel mondo di oggi si trovino quei “fremiti di futuro” di quella cultura
italiana che nell’ Adriatico orientale ha smesso di far sgorgare le sue sorgenti da ormai un secolo.
Di quella cultura italiana sappiamo quanto ci è stato tramandato, ma se – come ammoniva il professor
Parlato nel 2019 – molti archivi all’ estero continuano a restare chiusi, se la ricerca si è fermata, se nei
manuali di storia quelle vicende restano un mero accenno al quale i programmi scolastici faticano ad
arrivare, quale sarà il Ricordo della nostra Cultura nei prossimi anni? Quali corsi universitari – le cui
tempistiche di insegnamento sono state drasticamente ridotte dalle ultime “riforme” – toccheranno lo
studio e l’approfondimento della Questione Adriatica?

Ma specialmente, il mio interrogativo si rivolge alle nuove generazioni, a come conoscano se stesse e a
come stiano strutturando la propria coscienza e la propria conoscenza. Eraclito, uno dei padri della filosofia
occidentale, nel suo novantatreesimo frammento, ricorda come l’oracolo di Delfi non dice, ne nasconde,
ma “Indica”. “Significa”. Sopra l’entrata del famoso oracolo campeggiava quel “????? ???????, gn?thi
seautó, conosci te stesso” che Eraclito attraverso il suo frammento tenta di spiegare . Quell’ oracolo che
tanti difficoltosamente peregrinavano per raggiungere, dopo venticinque secoli, oggi ognuno lo ha nelle
proprie tasche. Piu di tutti lo hanno in tasca le nuove generazioni, quelle nate senza conoscere il mondo
prima di un algoritmo che – in tanta parte – viziasse, indicasse o significasse i loro comportamenti.

Quale rilevanza avrà la storia adriatica per le nuove generazioni se l’ algoritmo dell’ intelligenza artificiale –
per mancanza di elementi, di dati sui quali fare riferimento, di aggiornamenti nella ricerca storica – tornerà
a relegarla secondariamente fra le pur drammatiche e tristi vicende di una storia locale e di confine?
Come saremmo capaci di confutare le tesi negazioniste nazionali ed estere se queste ultime troveranno
rifugio e nutrimento negli algoritmi dell’ intelligenza artificiale che fornirà alle nuove generazioni una
versione dei fatti secondo dati e documenti alterati?
Troppi esempi di questo già appaiono nelle piattaforme sociali e nelle varie ramificazioni della rete
informatica, dove in tanti casi risposte e risultati sono frutto delle profilazioni e dei gusti di ogni singolo
utente senza che lo stesso abbia strumenti sufficienti o volontà di verificarli.
Nonostante l’appoggio delle istituzioni, molti dei classici mezzi di comunicazione si fanno portavoce di
teorie negazioniste o – cosa ancor peggiore – ignorano integralmente le nostre vicende. Basta osservare
come sui mezzi di comunicazione classici le tempistiche del Giorno del Ricordo siano esclusivamente ridotte
ai messaggi istituzionali ed agli intervalli ufficiali. Ristretti al solo giorno del 10 febbraio.

Quanto il professor Parlato diceva nel 2019 oggi acquisisce una nuova validità: se la Storia non avrà fatto la
sua parte come riusciremo nel futuro ad arginare i messaggi scorretti amplificati da certi algoritmi o ancor
peggio il loro silenzio?

Saremo capaci di far capire agli algoritmi ed all’intelligenza artificiale che come diceva don Chisciotte la
traduzione o “la comprensione della realta e della storia” “sia come guardare gli arazzi fiamminghi dal
rovescio: sebbene le figure si percepiscano, queste sono piene di fili che le adombrano e non appaiono
uniformi o del colore del diritto”.

Forse più altri, chi trae le sue origini da una terra di frontiera, può comprendere la metafora di Cervantes
sull’ arazzo fiammingo e può diffidare di un algoritmo che in pochi secondi o in poche parole cerca di
fornire rapide soluzioni e semplici interpretazioni. Mentre gli stessi argomenti sono fonti di interminabili e
non risolte discussioni dietro ogni singola voce di wikipedia che li riguarda.

I colori del diritto, possono essere compresi solo da chi ha intessuto il rovescio: ancor più difficile risulta
districare le fonti gli atti e i fatti di una Storia di confine. Per venire a capo e dare risposte condivise,
accettate da tutte le parti in causa proprio la Storia ha ancora molta strada da percorrere perchè – come
affermava il professor Parlato – “faccia la sua parte”.

La potenza di calcolo di un algoritmo non è ancora sufficiente per arrivare a risposte condivise, risolutive ed
esaustive. Come per ora solo non riescono ad essere neanche i frutti di uno studio e di un’ analisi umana.

Piero Cordignano