L’Europa si allarga, ma non deve dimenticare la Storia

Scritto da Davide Rossi
domenica 30 giugno 2013
Qualche giorno fa, tra i titoli per il compito scritto di italiano dell’Esame di Stato, è comparso – sconosciuto agli studenti (sic), tutti preoccupati di Alfieri, Ungaretti e D’Annunzio – un passo di uno dei massimi germanisti viventi, Claudio Magris. Nel suo Infinito viaggiare, con fare amabile narra del concetto di frontiera, quale confine da oltrepassare e attraversare, ma «anche [da] amare, in quanto definisce una realtà, un’individualità; le dà forma, salvandola così dall’indistinto, ma senza idolatrarla, senza farne idolo che esige sacrifici di sangue. Saperla flessibile, provvisoria e peritura, come un corpo umano, e perciò degna di essere amata; mortale, nel senso di soggetta alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte».
Domenica 30 giugno, dopo un processo lungo e non facile, la Croazia ufficializzerà la sua adesione al progetto europeo. Una festa nazionale, cui non parteciperà Angela Merkel. La donna più influente del Vecchio Continente pare diserterà l’appuntamento, irritata perché il Governo di Zagabria non intende eseguire il mandato di cattura tedesco emesso nei confronti di Josip Perkovic, presunto responsabile dell’eliminazione di una ventina di dissidenti croati sul suolo tedesco e sospettato di avere ordinato l’uccisione di Stjepan Djurekovic, ex manager dell’Ina e fuoriuscito dall’allora Jugoslavia nel 1982. Ovviamente tale scelta non mette di certo a repentaglio i pesanti interessi teutonici nella zona, ma il segnale rimane comunque forte e apprezzato dall’opinione pubblica interna.
La caduta della frontiera croata – ineluttabile e strategicamente sostenuta dalla stragrande maggioranza delle nazioni – ha un sapore particolare proprio per l’Italia, che giusto un secolo or sono completava il processo di unificazione nazionale con le annessioni di Trento e Trieste, dell’Istria, Fiume e il Quarnaro. Un confine difficile, quello orientale, nato male con l’abbandono di Vittorio Emanuele Orlando dalla Conferenza di Parigi del 1919, l’incapacità del Regime (tutto proteso – come d’altronde era agio all’epoca – nel trittico concettuale «territorio-popolo-nazione») di gestire il delicato problema della presenza di minoranze, per concludersi amaramente con la perdita della sovranità su molti territori alla fine del Secondo conflitto mondiale. La stessa Trieste – non lo si ricorda mai a sufficienza – soltanto nel 1954 festeggia, con un vero e proprio bagno di folla in Piazza Unità, l’appartenenza al tricolore. Gorizia viene tagliata in due, come una piccola Berlino: 350.000 italiani, invece, dovettero lasciare le proprie case e i propri affetti soltanto per rimanere italiani. Un ossimoro che è rimasto una macchia indelebile nel patrimonio della nostra nazione. Oggi, a tre generazioni (e più) da quei fatti, la cornice europea può presentarsi come occasione di pacificazione e di apertura di un nuovo ciclo. Ci sono tanti connazionali che attendono invano la tutela dei loro diritti, schiacciati dalla Guerra fredda e da tensioni più grandi di loro e che li hanno visti, per troppo tempo, inermi e senza difese. Altri italiani che nei prossimi decenni diventeranno unica presenza viva della nostra identità sul territorio croato.
Milioni di italiani, sopratutto, da educare, cui spiegare che Istria, Fiume e Dalmazia non sono soltanto stupendi luoghi da visitare, ma ricchezza della cultura veneziana e italiana, sentimento di un’Europa che trova nella storia, nell’arte e nel patrimonio culturale quel necessario minimo comune denominatore. D’altronde, se il gioco del calcio nella nostra Penisola – lo stiamo vivendo anche in questi giorni – é da sempre momento di patriottismo e di festeggiamenti, non si può dimenticare come due Campionati del mondo (quello del 1934 e del 1938) abbiano visto piazze stracolme di gente in giubilo per la vittoria non soltanto a Roma, Milano, Napoli o Verona, ma anche a Parenzo, Rovigno, Pirano e Orsera: nomi ora sconosciuti ai più.
La speranza é quella che l’Italia non perda questa ennesima occasione. Napolitano a Zagabria sarà presente. Negli ultimi anni il Presidente ha sempre dimostrato attenzione e conoscenza verso queste problematiche, a partire dal Concerto di Trieste del 2010 – organizzato dal Maestro Muti – dove la contemporanea presenza del Capo di Stato di Croazia e Slovenia affermava l’indiscussa italianità della città. Allo stesso modo non è voluto mancare nel 2011 all’incontro tenutosi a Pola, dentro un’Arena stracolma, dove oltre 5000 persone hanno intonato, con stringente commozione, il «Va Pensiero». La sfida non é facile, deve guardare oltre i rancori e aprirsi al futuro, senza però calpestare la ricchezza della propria identità. E da questo, forse, dall’assenza della Merkel di domenica, dovremmo imparare.