Introduzione

Scritto da Coordinamento Adriatico
Brani tratti da: LA TOPONOMASTICA IN ISTRIA, FIUME E DALMAZIA
Volume II – Aspetti cartografici e comparazione geostorica
Parte II – Profili cartografici
A cura di Claudio Rossit, Orietta Selva, Dragan Umek
Edizioni Istituto Geografico Militare, Firenze, 2009

Quadro metodologico

L’intero lavoro di studio sistematico e comparativo della toponomastica istriana, fiumana e dalmata attraverso la ricerca e l’analisi dei documenti cartografici è stato diviso in due parti che rappresentano anche i due momenti fondamentali nell’evoluzione della storia della cartografia: il periodo pre-geodetico (dalle origini alla fine del XVIII secolo) e quello geodetico-matematico, che coincide con la produzione ufficiale degli istituti topografici di Stato (dal XIX al XX secolo).

Il percorso si è articolato in diverse fasi. La prima ha portato all’attento studio della bibliografia esistente e in tale contesto è stata svolta un’approfondita indagine bibliografica per sondare lo “stato dell’arte” in questo specifico campo di studi, sia nella letteratura italiana sia in quelle croate e slovene.

Successivamente si è proceduto alla ricognizione storica del patrimonio geo-cartografico, definendo la scansione temporale dei vari periodi storici da prendere in considerazione tanto che, stabilite sotto il profilo geografico, sincronico, diacronico le linee guida dell’indagine, l’attenzione è stato posta sulla ricerca della collocazione materiale delle fonti cartografiche operando nell’individuazione e selezione dei documenti cartografici, rinvenuti in diversi archivi e collezioni private, pubbliche, nazionali ed estere valutando l’effettiva possibilità di accedere fisicamente al materiale selezionato.

La ricerca è poi proseguita con la raccolta del materiale documentario individuato e, una volta terminata l’opera di catalogazione, si è passati all’analisi dei contenuti cartografici e toponomastici attraverso la “lettura” critica e l’interpretazione dei vari documenti, cercando di cogliere l’originalità o il collegamento ad un determinato filone produttivo o ad una singola matrice cartografica.

Alla selezione dei documenti cartografici è seguita l’opera di rilevazione e trascrizione dei diversi nomi di luogo mediante l’inserimento del dato nelle diverse categorie toponimiche precedentemente stabilite. I vari dati raccolti sono stati organizzati in un database su fogli Excel, come prima elaborazione ed archiviazione digitale, in attesa di essere trasferiti su supporto multimediale come i CD-ROM e il Web (Rossit, Selva, Umek, 2009, pagg. 15-23).

Riflessioni e spunti

Cartografia e toponomastica risultano essere fonti e strumenti indispensabili nello studio delle dinamiche spaziali, soprattutto in aree geografiche quali la penisola istriana e i territori dalmati, contraddistinti nella storia come realtà confinarie d’incontro e di compresenza dove si sono intrecciate per secoli culture, politiche ed economie di popoli e lingue diverse.

Il presente saggio imposta il proprio discorso sui due indirizzi epistemologici dell’analisi dei fondamenti della geografia e della cartografia dalle origini all’età moderna e dell’analisi dei documenti geo-iconografici come fonte per la storia del territorio. In questo modo traccia sulle fonti scelte un percorso d’indagine tra comparazione, interpretazione e classificazione che non solo ritrova e rimarca anche nella produzione cartografica delle zone oggetto di studio i tratti salienti dell’evoluzione storica della scienza geocartografica, ma analizzando la presenza, lo sviluppo, la cristallizzazione, l’alterazione o la scomparsa dei nomi di luogo attraverso i secoli, ricostruisce anche il ruolo geostorico della toponomastica intesa come indicatore della duplice relazione uomo-spazio geografico, spazio geografico-uomo.
Ricca risulta essere la messe dei documenti analizzati per l’arco di tempo considerato, tra i secoli XII e XVIII, prodotti che sono frutto di sintesi conoscitive dirette e indirette, realizzate su parametri di stime, direzioni e distanze, non certamente su rilievi geodetici e astronomici, ma altrettanto preziose in quanto trasposizioni grafiche dello spazio geografico, dello spirito, del pensiero e della cultura di un’epoca. Per i territori istriani e dalmati è a partire dal Cinquecento che si registra una tradizione cartografica continuativa, contraddistinta da documenti di diverso carattere e valore, dove accanto a carte più generali compaiono anche carte regionali, marittime, microareali, vedute, piante e prospetti. È tuttavia opportuno ribadire come la raffigurazione cartografica di un’area storica lontana da noi nel tempo non possa essere assunta come un’ineccepibile documentazione dei dati che essa riporta in quanto allo stesso modo con il quale la componente geografica è legata alle conoscenze specifiche del periodo al quale la carta appartiene, così la componente storica si avvale delle fonti a disposizione del cartografo al momento della stesura indipendentemente dalla capacità critica dell’autore di vagliare le informazioni a lui pervenute.

La produzione cartografica delle zone oggetto di studio così come i toponimi in essa rilevati testimoniano ampliamente l’influenza e i condizionamenti delle diverse vicissitudini storico-politiche. L’apparato toponomastico per quantità e per forma linguistica varia a seconda della tipologia del documento, degli interessi del committente e dell’autore, dell’epoca di stesura, del destinatario; è diffuso l’italiano, cui si affianca inizialmente il latino per lasciare gradualmente spazio alle forme toponimiche romanze tra cui spicca il veneto nella zona litoranea dalmata, che spesso altera anche i nomi di matrice più propriamente slava o tedesca dell’interno adattandoli in un certo senso alla fonetica veneta.

Ma, nonostante la selezione mediata delle informazioni che questi documenti trasmettono, ciò che viene alla luce è soprattutto la storia che l’ambiente ha imposto agli uomini di queste terre e soprattutto di questi mari.

Infatti l’elemento che più di tutto appare costante e determinante nell’individuazione e nella definizione del quadro geostorico e nella differenziazione dei “paesaggi toponomastici” della maggior parte dell’area indagata è il Mare Adriatico, ma dovremmo dire in realtà “i Mari Adriatici” per le diverse percezioni che hanno fatto di uno spazio geografico unico uno spazio cartografico plurimo. All’interno del grande “spazio movimento” fatto di “un insieme di strade, di mare, di terra” e di “pianure liquide comunicanti per mezzo di porte più o meno larghe”, secondo la rivoluzionaria definizione che Fernand Braudel (1976) ha dato del Mediterraneo, la facciata orientale dell’Adriatico, su cui insiste l’area da noi indagata, può a sua volta leggersi come il vestibolo per accedere alla parte sudorientale del Mediterraneo nonché alla parte continentale interna per economie di potere che qui e per secoli, da Roma a Venezia, si sono giocate e spese più sull’acqua che sulla terraferma. Una funzione per la quale anche la toponomastica riveste un ruolo geostorico importante: dare un nome a un luogo è il primo passo per trasformare uno spazio naturale in un territorio riconoscibile e controllabile, qui nella fattispecie diventa essenziale nella delimitazione di una “terra d’acqua” mobile e movimentata, dove fiumi e valloni, scogli, punte e porti equivalgono a corridoi strategici delle relazioni tra spazio di vita e spazio sociale.

Ecco allora che se per un verso dalla fusione delle cartografie terrestri e nautiche deriva col tempo nella conoscenza geografica della penisola istriana e della fascia litoranea dalmata una miglioria piuttosto del profilo costiero che della parte continentale impervia e poco ospitale contraddistinta dall’interminabile muraglia bianca delle Alpi Dinariche, orlo di un vasto altipiano carsico, sterile, spopolato, cui costa e isole volgono le spalle, dall’altro nella contaminazione tra modelli terrestri e nautici l’eredità di una visione del mondo che si autoreferenzia rispetto al mare ha il sopravvento e in essa gli elementi e i fenomeni riprodotti, i canoni scrittorii, i mezzi d’espressione utilizzati non sono legati alla forma, dimensione, funzione, importanza dell’oggetto geografico in sé, bensì alla percezione che di esso si ha. In questo senso è da intendersi, per esempio, il perdurare ancora fino alle cartografie di Vincenzo Coronelli dell’orientamento dei toponimi nel modo tipico delle carte nautiche, così come è da intendersi, fino al momento dell’avvento dei rilevamenti geodetici, anche il “fenomeno” cartografico di una localizzazione dei nomi e dei luoghi approssimativa, alle volte confusa, dalla quale il ricercatore attraverso un confronto diacronico delle fonti non può e non deve aspettarsi per lo stesso luogo sempre la stessa identificazione, assoluta e invariata, secondo una logica quasi euclidea per continuità, omogeneità e isotropismo.

Al contrario, la chiave di lettura del valore geostorico della toponomastica nelle fonti cartografiche antiche si colloca tra l’umanesimo petrarchesco che legge nella carta la documentazione del tempo e dello spazio e la misura del mondo di Braudel, dove l’occhio dello storico e del geografo dovrebbero funzionare come una coppia stereoscopica nei processi di restituzione aerofotogrammetrica (Selva, 2009, pagg. 53-55).

Nella parte introduttiva del nostro lavoro, più volte si è ricordato che i nomi locali riflettono le condizioni di vita di una regione e che con la loro testimonianza scritta – ma talvolta anche solo con quella orale – fanno emergere gli stretti legami che una comunità ha instaurato nel corso dei secoli con il proprio territorio. Se correttamente interpretati, questi possono essere una notevole fonte di informazioni di ordine storico, geografico, economico, botanico, ecc. In una regione geograficamente variegata come quella oggetto della nostra indagine, in cui la terra e il mare si intrecciano reciprocamente disegnando una delle coste più peculiari di tutto il Mediterraneo, forte è stato da sempre il connubio tra le attività antropiche della terra e quelle del mare, poste in essere dall’uomo nel suo secolare sforzo per domare la natura. Il corpus toponimico di queste regioni rispecchia perfettamente questo dualismo: accanto alla ricchezza di nomi legati al travagliato rapporto con la terra, esiste più che altrove un vasto patrimonio toponomastico riferito all’idrografia marina, alle sue forme fisiche e agli elementi antropici dell’interrelazione tra l’uomo e il mare.

“Il toponimo […] – asseriva Cornelio Cesare Desinan (1982, p. 9) – somiglia ad un organismo vivente e, come tale, nasce e si sviluppa, così si estingue e finisce dimenticato, ed è come se andasse perduto un documento. Di solito il nome soppravvive anche quando cessa l’effetto che lo ha prodotto, cioè quando cambiano le condizioni del paesaggio”. Così può accadere che l’Isola Levrera/O. Ze?a abbia da tempo perduto la sua popolazione di lepri, o che nella Val Salina/Uvala Soline non ci sia più traccia di alcuna attività salinara. “Altre volte il toponimo viene sommerso da nuove denominazioni che descrivono in modo più consono una nuova situazione che si è venuta a determinando col passar del tempo”: la vecchia Insula Cosiach, diventa oggi semplicemente Kozjak dopo l’interramento del delta ad opera della Narenta/Neretva, trasformadosi così da nesonimo in oronimo, del Castello di Sipar oggi rimangono solamente gli Scogli o la Secca Sipar / Pli?. Šipar su cui un tempo si ergeva. Più frequentemente invece, accade che un toponimo segua la normale evoluzione della lingua che lo ha creato oppure ne subisce il cambiamento imposto dalle nuove realtà linguistiche. Ne è un chiaro esempio il nome latino di Caput Isolae, che diventa Caisole nella forma italica per poi comparire come Beli nella forma slava.

Quando la storia, poi, si impegna ad intrecciare le sorti di popoli diversi sul medesimo territorio, spesso il toponimo originario viene affiancato da nuove denominazioni; l’etimo o il significato possono rimanere invariati, ma muta la forma linguistica adottata: così Fiume diventa Rijeka e l’Isola di San Giorgio diventa Otok Sv. Juraj.

Come ogni documento, il toponimo può andare perduto, venir corrotto da altri idiomi, essere rovinato al punto da risultare illegibile e incoprensibile. L’oblio dei popoli, gli sbagli di trascrizione, il deterioramento di un documento storico, sono accidenti che segnano a volte in modo irreversibile il destino di un toponimo. Di tutti questi e di altri fatti, ne danno ampia testimonianza le carte geografiche, una delle principali fonti per lo studio della toponomastica, che qui abbiamo cercato di indagare. Nella fattispecie, in questo studio, si è voluto dar rilievo alla cartografia militare dei secoli XIX e XX, colta nel momento storico in cui diviene uno dei veicoli fondamentali con cui lo Stato sanciva l’ufficialità dei suoi nomi di luogo.

Infatti, i fogli (1:100.000) e le tavolette (1:25.000) degli Istituti Geografici Militari costituiscono uno dei cardini per l’interpretazione del territorio e per lo studio dei nomi di luogo. Il loro contenuto toponomastico si basa in prevalenza su dati derivanti da mappe catastali, delle quali costituiscono in un certo modo un compendio, una sintesi mediata; appaiono meno fornite di nomi rispetto alle mappe in quanto riportano solamente le denominazioni maggiori o di media importanza, tralasciando quelle minori. Il disegno topografico, inoltre, privilegiando la dimensione verticale del paesaggio, restituisce un’immagine dal volto geografico più plastico, più reale di quanto non appaia nelle mappe fornendo ulteriori chiavi di interpretazione della realtà. A parte qualche squilibrio fra zona e zona, e qualche variazione nei contenuti dovute alle diverse edizioni o fatture delle carte – spesso dovute a maggiore o minore diligenza dei cartografi nel riportare le denominazioni dei terreni e dei piccoli elementi del paesaggio – le serie di carte militari proposte, presentano una sufficiente uniformità di contenuti e perciò danno un’informazione quasi del tutto omogenea su tutta la scala regionale considerata, permettendo così una più agevole comparazione dei dati raccolti.

Da geografi e studiosi di cartografia – non certo da esperti in toponomastica – ci siamo avvicinati a questo campo di studi e abbiamo privilegiato la parte geo-cartografica del toponimo; ne abbiamo indagato la grafia, la collocazione, la componente iconica e la dimensione spaziale attraverso l’analisi del suo contenitore: la carta geografica (Umek, 2009, pagg. 539-540).

Quanto di quel passato testimoniato dalla storia, dai reperti archeologici sopravvive oggi? Forse spesso ci si dimentica che il toponimo dovrebbe esser sempre legato alla vita corrente di cui fa parte e di cui è un interprete talvolta usato, manipolato o spesso travisato. I toponimi fanno parte della lingua, sono una forma viva di comunicazione tra le persone e gradualmente si sviluppano e mutano. I nomi, quindi, anche quelli geografici non sono una testimonianza definita e intoccabile, e ogni variazione dovrebbe essere strettamente collegata alla parlata degli abitanti che risiedono in quell’area e che appaiono economicamente e socialmente collegati con l’ambiente nominato.

Lo studio toponomastico, invece, appare spesso come una dotta disputa tra studiosi che ne sviscerano le caratteristiche, le forme, l’etimologia, la semantica interpretando, studiando, argomentando per giungere alfine a una fondata conclusione critica nella ricerca. O ancora è utilizzato dal potere politico per affermazioni nazionaliste o per la negazione dei diritti delle minoranze o di converso, invece, per la valorizzazione della cultura minoritaria.

Quanto si è lontani dalla realtà della gente che abita i luoghi? Quanto discorsi, speculazioni scientifiche o atti di governo si integrano con la vita vissuta, con la storia di un microcosmo di piccole realtà, di piccoli centri i cui abitanti non comprendono nemmeno il significato dei vocaboli usati, spesso subendo unicamente le conseguenze delle decisioni quasi fossero attori estranei e non parte in causa? Quanto tali problematiche sono conosciute anche dai visitatori che, comunque, dovrebbero risultare oggi i principali fruitori, di molte di tali realtà?

Uno studio scientifico di questo tipo per quanto approfondito possa dimostrarsi per rigore metodologico, deve per forza aprirsi anche a un “pubblico” di neofiti, anzi ci si deve auspicare che con questa ricerca almeno in parte si raggiungano i “veri destinatari” perché sono questi che seppur indirettamente hanno messo in moto tali studi così appassionanti e così importanti per conoscere e conservare tra svariate vicissitudini la memoria storica dei nomi e con questa un passato che non bisogna relegare nell’oblio e che può rivivere nel presente unicamente se collegato strettamente a coloro che vivono all’interno delle diverse aree territoriali (Rossit, 2009, pagg. 539-540).

Approfondimenti Bibliografici