L’8 settembre in Istria: le prime stragi delle foibe

L’8 settembre 1943 il collasso politico, militare ed istituzionale dell’Italia significò nelle province del confine orientale l’ascesa del movimento partigiano comunista jugoslavo guidato da Josip Broz Tito e la prima stagione delle stragi nelle foibe [nell’immagine di apertura, l’ubicazione delle principali foibe nella Venezia Giulia]. Si calcola che tra Dalmazia, Istria interna e retroterra di Trieste e Gorizia siano state un migliaio circa le vittime di questa epurazione politica, indirizzata soprattutto a colpire figure rappresentative dello Stato italiano sul territorio, un territorio che doveva essere annesso alla nascente Jugoslavia comunista anche con riferimento alle località in cui gli italiani costituivano la maggioranza della popolazione rispetto a sloveni o croati.

Pubblichiamo un estratto del capitolo Il Novecento (1918-1991), paragrafo La Seconda guerra mondiale, di Orietta Moscarda Oblak, tratto dal volume a cura di Egidio Ivetic Istria nel tempo. Manuale di storia regionale dell’Istria con riferimenti alla città di Fiume (Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, Rovigno 2006), volume che può essere scaricato liberamente in formato Pdf dal sito del CRSR:

http://crsrv.org/wp/wp-content/uploads/2020/03/N.26-Istria-nel-tempo.pdf

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L’8 settembre 1943, data dell’armistizio (ma in sostanza della capitolazione dell’Italia), vide una generalizzata sollevazione popolare nell’Istria, soprattutto tra Sloveni e Croati. Sotto la guida dei partigiani croati vennero disarmati molti presidi militari e vennero creati i Comitati popolari di liberazione (CPL). Meno euforia ci fu nelle città, dove uno Stato italiano allo sbando non poteva che far temere per le sorti della nazionalità italiana nella Venezia Giulia. Tuttavia nelle cittadine della costa (Capodistria, Isola, Pirano, Umago, Buie, Parenzo, Rovigno, Dignano, Pola, Abbazia, Cherso, Lussino) le forze antifasciste italiane, anche con il concorso delle autorità locali, diedero origine a comitati di liberazione nazionale (CLN),comitati di salute pubblica o civici, comitati di unità antifascista ed altro. I partigiani del Movimento Popolare di Liberazione (MPL), sul modello di quanto sperimentato in ambito jugoslavo, pensarono subito di creare un nuovo ordine di potere, azzerando il precedente. Tutto ciò che aveva connessioni con il regime fascista doveva essere eliminato. Un’ondata di violenze si diffuse nell’Istria interna, soprattutto nei centri delle campagne, ma pure nelle cittadine; ci furono arresti ed esecuzioni sommarie di fascisti o di persone compromesse con il fascismo, nonché di semplici militari, di carabinieri, di guardie di finanza e in genere persone che, per le cariche istituzionali ricoperte in epoche diverse, venivano identificate con il fascismo o semplicemente con lo Stato italiano. Ma ne furono coinvolte anche persone comuni, denunciate per vendette personali, delazioni ed altro. Gran parte delle vittime finirono nelle foibe.

Non basta l’antagonismo nazionale, radicalizzatosi all’interno della popolazione croata e slovena come conseguenza del ventennio fascista, per spiegare tale violenza. Tra le macerie della Jugoslavia occupata, tra gli Stati fantoccio filofascisti, i comunisti alla guida della resistenza jugoslava erano riusciti a trovare uno spazio per l’affermazione politica combattendo non solo contro l’occupante tedesco e italiano (il movimento partigiano era diffuso nei primi anni tra le montagne dinariche), ma soprattutto contro gli ustascia croati e i cetnici serbi. Per controllare il territorio avevano imposto nuove leadership in ogni comunità: non erano bastate la simpatia o il consenso (che comunque c’erano) della popolazione. Chi non aveva accettato, magari sperando in una copertura nazionale (croata o serba), era stato eliminato. Intere élites erano state soppresse dai villaggi del Montenegro a quelli della Dalmazia interna, al Gorski Kotar. In Slovenia si fecero i conti con le “scolte” contadine e con quelle forze slovene che avevano fiancheggiato le truppe italiane. Il fine della rivoluzione, cioè la presa del potere e la creazione di un nuovo ordine (il “potere popolare”), era addotto a giustificazione dell’eliminazione del “nemico della rivoluzione”, o “nemico del popolo”.

Questo modo di procedere nel controllo del territorio inevitabilmente era approdato anche nella Venezia Giulia. Il nuovo ordine giustificava qualsiasi azione di eliminazione dell’ordine precedente, che in Istria (come nella Venezia Giulia) era rappresentato dal binomio Italia-fascismo. Rancori e ritorsioni personali, la decapitazione delle élites nei villaggi e nelle cittadine trovavano una motivazione prima “rivoluzionaria” e poi di liberazione nazionale. In questa dinamica della violenza, in cui l’alternativa a un regime totalitario era un regime analogo, molti innocenti persero la vita. Il terrore che si diffuse fra la popolazione italiana, ma non solo, delle cittadine e delle campagne, rese in seguito ancora più difficile la sua partecipazione a un movimento croato e sloveno che lottava contro il fascismo, ma non per il mantenimento della sovranità italiana. Fra la popolazione rurale italiana, poi, il potere del movimento popolare di liberazione jugoslavo, così come il potere tedesco, era percepito ovviamente come estraneo ed ostile; perciò prevalse in essa un atteggiamento di attesa, o comunque di non-schieramento. Il grosso degli operai italiani, invece, si schierò a favore del movimento di liberazione jugoslavo perché portatore di un programma rivoluzionario, in sé comunque internazionalista, il quale si sarebbe realizzato nella costruzione di uno stato socialista.

Nel corso del mese di settembre 1943, il Movimento popolare di liberazione jugoslavo e il Fronte di Liberazione Sloveno (FLS) ufficializzarono la posizione in merito all’annessione dell’Istria e del cosiddetto Litorale rispettivamente alla Croazia e alla Slovenia. Le dichiarazioni unilaterali di annessione, che si rifacevano a una supposta “volontà del popolo”, ma che erano formulate dai militanti soprattutto del Partito Comunista Jugoslavo, furono confermate dai massimi organismi del potere (autoproclamatisi) delle forze partigiane per l’ambito croato (ZAVNOH: Comitato di liberazione nazionale croato, con prerogative di potere) e sloveno (SNOS), mentre il 30 novembre 1943, a Jajce (Bosnia), l’autoproclamato massimo organo federale, la presidenza del Consiglio antifascista di liberazione jugoslavo (AVNOJ), fece proprie tali decisioni. In ogni documento, i vertici partigiani risolsero il problema degli Italiani – che problema era, visto che essi rappresentavano la maggioranza nelle città – con proclami di autonomia nazionale e culturale, ma in quanto popolazione minoritaria.

Orietta Moscarda Oblak