Kristjan Knez – L’«oro bianco» di Pirano e la nostra storia

mercoledì 17 giugno 2009

L’«ORO BIANCO» DI PIRANO E LA NOSTRA STORIA

Kristjan Knez*

Oggi è sufficiente entrare in un qualsiasi negozio e si ha la possibilità di acquistare una confezio­ne di sale marino, spendendo poche decine di centesimi di euro o qualche kuna. Il bianco cristallo è utilizzato in buona parte in cucina per dare sapore alle pietanze e lo vediamo tutt’al più come un prodotto “co­mune”, perciò non gli attribuiamo un’eccessiva impor­tanza. Per siffatto motivo è difficile considerare, nella sua giusta dimensione, quello che fu un segmento pri­mario dell’economia pubblica. Lungo i lidi dell’Adria­tico nord-orientale, le saline sono in buona parte scom­parse. Negli ultimi tre secoli, con l’incalzare della mo­dernità, a varie riprese sono venute meno quelle aree umide, situate perlopiù nelle zone conosciute come val­li costiere, o alluvionali, che l’uomo aveva trasformato e modificato radicalmente, creando un’industria com­pletamente naturale. Di queste aree così specifiche e al contempo particolarmente delicate e fragili, all’alba del terzo millennio ne esistono solo due, e cioè le saline di Stagnano e quelle molto più ampie del Vallone di Sicciole, vale a dire quelle di Lera e di Fontanigge, che dal promontorio di Sezza e dalla località di San Bortolo si estendono sino al fiume Dragogna e all’odierno confine sloveno-croato. Un’area adibita a salina esisteva, sino alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, anche a Santa Lucia non lungi da Portorose. Anche in quella baia l’intervento umano aveva creato canali, argini, ca­vedini, cioè le vasche d’evaporazione, le tipiche casette in pietra bianca di Canegra, ma fu stravolta con la creazione di un moderno marina.
indif­ferente, in primo luogo perché rappresenta l’ambien­te in cui la popolazione locale dette vita ad una flori­da attività economica, indubbiamente uno dei settori trainanti dell’economia piranese nel corso del tempo, che coinvolse un nutrito numero di famiglie della pa­tria di Tartini e delle località limitrofe e che contribuì a forgiare una vera e propria civiltà del sale. Un’atti­vità così antica e profondamente radicata dette origine anche ad un vocabolario particolare, ad esempio, con una terminologia specifica, con lemmi e modi di dire che sono tipici e presenti solo nel vernacolo piranese.

Un binomio perfetto
La raccolta dell'”oro bianco”, oltre a rappresen­tare un segmento produttivo di primaria importanza, ebbe ricadute positive sull’intera società, e non a caso un detto evidenziava che la località era sorta sul sale, ossia grazie ad esso. Pirano e il sale rappresenta un bi­nomio perfetto. Escludere quel prodotto prezioso, ri­cavato dall’acqua marina, con il favore del vento e del sole, non gioverebbe certo a comprendere i tempi andati della città di San Giorgio, anzi si rischierebbe di non cogliere lo sviluppo in senso lato della cittadina adriatica. Il sale era talmente presente nella vita quo­tidiana, nei rapporti tra la popolazione e la municipa­lità, nonché tra quel comune e la Repubblica di San Marco, che costituisce, senz’altro, il filo rosso che ci permette di analizzare buona parte della storia pirane-se. Dalla consultazione delle fonti, come i testamenti o i libri dei vicedomini, per fare un esempio, si evince il ruolo centrale che il sale medesimo aveva e si com­prende altresì quanto esso avesse giovato a quella col­lettività tra il tardo medioevo e l’età contemporanea.

Le prime notizie
Non abbiamo notizie sulla salinatura per i secoli an­tecedenti l’anno Mille, infatti nessuna fonte, nemmeno letteraria, menziona tale attività nel Golfo di Trieste. Sappiamo, invece, che nel VI sec. d. C. sulle isole Brioni il vescovo Eufrasio possedeva, tra l’altro, anche dei ba­cini di evaporazione dai quali ricavava il sale. Per quanto concerne Pirano, le sue saline furono citate per la prima volta nel 1274 nello statuto comunale, che rappresenta il più antico documento di quel tipo ancora conservato nel­la nostra regione. Si presume che quell’attività fosse pre­sente già precedentemente. Prima che Venezia esten­desse il suo controllo sull’intero Adriatico orienta­le e le sue navi svolgessero un’azione di polizia, battendo in duri scontri i pirati che infestavano quel mare, la vita delle cittadine costiere co­nobbe un diverso corso. Titubanti di inol­trarsi lontano dalla costa, le popolazio­ni rivierasche dovettero riparare in una sorta d’autarchia e pertanto dovevano produrre in loco quanto necessitavano. Fu in quella particolare età storica che nell’area adriatica, e in generale nel Mediterraneo, i borghi iniziarono ad ospitare al loro interno gli orti, men­tre in prossimità degli stessi, qualora vi erano favorevoli condizioni geo­grafiche, non era insolito trovare del­le saline, perlopiù di limitate dimen­sioni, che producevano un prodotto indispensabile ed essenziale.

Regole dettagliate
La produzione del sale nel comune di Pirano era legata a regole particolari e ad una “limitazione” ossia alla realizza­zione di una quantità massima oltre la qua­le non si doveva andare. In quel territorio altresì non si commerciava con i mercanti del nord, poiché l’acquirente della totalità del sale era Venezia che ne deteneva il monopolio. «La Terra di Piran» si legge nel­la relazione del podestà e capitano Agostino Barbarigo, del 1669, «(…) è la meglio di tutta l’Istria essendo ripiena d’habitanti di buone facoltà, facendo ogli et Sali in gran copia, e questi tutti sono sempre venduti all’EE. VV. non facendosi alcun’estratione per terre aliene, come è con­cessa a Capo d’Istria et Muggia». Accordi molto dettagliati (definiti “partito de’ sali”), tra la comunità, in qualità di produttore, ed i Provve­ditori al Sal, come compratori, definivano il prezzo d’acquisto per ogni moggio di prodotto (che corrispon­deva a circa 900 chilogrammi). Sin dal Medioevo si era stabilito che la settima parte del sale prodotto spet­tasse al comune (consuetudine che rimase in vigore sino al 1807), e ciò costituiva una fonte non indifferen­te che permetteva a quel municipio di incamerare introiti importanti. La quinta parte, invece, era a disposi­zione dei produttori diretti, alme­no dal XV secolo in poi. Il Consi­glio dei XX dei Sali, la cui funzione era la verifica periodica del prezzo del sale a Venezia e il controllo del funzionamento delle saline, anno­verava ben sette membri popolari. Attorno all’industria salifera gravi­tava buona parte della società pira-nese, dalla cui attività ricavava una fonte di guadagno cospicua. E non poteva essere diversamente, difatti è sufficiente rammentare che il 35-40 per cento della forza lavoro era im­piegata nei bacini di cristallizzazio­ne, mentre i capitali tesaurizzati dai locali notabili provenivano proprio da quell’attività, e si aggiravano tra il 40 ed il 70 per cento. Il vescovo di Cittanova, Giacomo Filippo Tom-masini, annota, alla metà del XVII secolo, che le saline di Pirano supe­ravano per quantità prodotta tutte le altre della provincia e, soprattutto, «(.) portano una gran ricchezza a quella comunità, e ai contadini».

II contrabbando
Accanto a tale commercio, de­finito da accordi precisi, vi era il contrabbando , fenomeno che accompagnò tutte le età storiche, e che rappresentò una fonte di reddi­to alternativa e non affatto disdice­vole. Per tale ragione, accanto alla produzione salifera regolata, i sali­nai realizzavano un’eccedenza che prendeva altri sbocchi. Per frenare i prelievi illeciti di sale il governo veneziano stabilì severe regole alle quali i Piranesi dovevano attenersi. Nel 1567, ad esempio, una decisio­ne prevedeva che i medesimi «(.) non possino far contrabbandi, sia terminato che quando anderanno alle sue saline con le barche, non possino in alcun modo portar ar­bore, vela, né ferro da dar fondi et similmente non possino tener le predette robbe fuora de Piran in alcun loco, over parte per an­dar alle saline et se qualcheduno se ritrovasse in detti mancamen­ti, overo in qualche altro, debbano perder la barca et tutte le predet­te cose prohibite essser levate che siano de quelli li quali le ritrovas­sero et oltre di ciò paghi il con­traffacente lire venticinque per ciascheduna volta».
Per secoli la flotta mercanti­le piranese era composta soprat­tutto da imbarcazioni di picco­le dimensioni, cioè i “barchini”, adibiti in primo luogo per colle­gare la città con le valli e l’area delle saline ed erano utilizzati al­tresì per il trasporto del sale dalle zone di produzione ai magazzini, ma anche per la pesca e per le at­tività commerciali. Grazie a queste piccole barche non pochi Piranesi contribuirono ad alimenta­re il contrabbando. Le medesime, per la caratteristica che abbiamo ricordato, non erano in grado di trasportare notevoli volumi di prodotto. Tale commercio ille­gale non poteva manifestarsi alla luce del sole, richiedeva una no­tevole destrezza da parte dei ma­rittimi, i quali si spostavano spe­cialmente con il calare delle tene­bre, in modo da eludere i controlli delle autorità. I rappresentanti del governo di San Marco vigilavano con particolare attenzione le aree salifere, soprattutto durante le fasi di dislocamento del prezioso prodotto. Era doveroso, pertanto, «(.) far seguire opportunamen­te gl’incanevi de Sali, massime di quelli delle Valli di Fasan e Strugnan in Pirano e di Muggia, più esposti al pericolo delle contrafationi (.)», scrive il podestà e ca­pitano di Capodistria Giustinian Cocco nella relazione presentata al doge nel 1725. Attraverso tale attività, che aveva fatto conosce­re i Piranesi con l’appellativo di «noti contrabbandieri», il bian­co cristallo toccava Trieste e la sponda opposta: San Giorgio di Nogaro, Caorle, ossia quelle lo­calità che si potevano raggiunge­re mediante brevi tragitti, di qual­che ora, o al massimo di una not­te. Siffatti spostamenti attraverso il golfo non erano una costante solo nel Seicento o nel Settecento ma perdurarono nel tempo. Agli albori del XIX secolo, in conco­mitanza con l’aumento del prezzo dell'”oro bianco”, si registrò una crescita del contrabbando, favorito anche dalla singolare organiz­zazione delle Province illiriche, le cui saline formavano una sor­ta di extra-territorialità e facevano capo al Regno d’Italia. Anche nel difficile inverno 1944-45, quanti­tativi di sale raggiungevano le lo­calità costiere del Friuli e, grazie al baratto, era possibile rifornirsi di quanto si necessitava, soprat­tutto farina e granaglie.

Dazi e smercio
Il Capodistriano con la sua zona salifera attirava annualmen­te decine di migliaia di commer­cianti dalle regioni interne che si calavano con i loro animali da soma, donde «mussolati» o «Cranzi». I medesimi davano vita ad un vivace scambio di prodotti poi­ché introducevano le pelli, il le­gno lavorato, il ferro e lungo la costa prelevavano, oltre all'”oro bianco”, non poche mercanzie che i mercanti della Serenissima importavano dalle lontane terre del Levante. Capodistria e Muggia ottennero dalla Dominante una sorta di “libertà commercia­le” perciò il sale che riuscivano a produrre erano in grado anche di smerciarlo agli acquirenti tradi­zionali, mentre all’autorità veneziana, cioè al podestà e capitano nella città di San Nazario, si ver­sava l’apposita imposta, «la cassa de’ sali», sul prodotto realizzato e commercializzato. Dell’intera produzione solo il dieci per cento spettava ai Veneziani, il resto era liberamente venduto nell’entro­terra. Il mercato giustinopolitano era contraddistinto da scambi di notevole importanza, tant’è che dalla stessa città lagunare giunge­vano carichi di sale per immetterli nel circuito delle vendite. La co­munità di Muggia, che possedeva ugualmente delle piccole saline, pagava un dazio corrisponden­te all’ottava parte della sua pro­duzione salifera, mentre il resto era liberamente smerciato. Anche in quel caso, attraverso il contrab­bando, una buona parte del sale giungeva a Trieste. Le “calate” dei commercianti verso i domini del­la Repubblica sovente “infastidi­va” i vicini arciducali e di conse­guenza non pochi erano gli screzi ed i tentativi tesi a deviare il flusso commerciale verso il capoluogo giuliano, città della corona asbur­gica che annoverava pure delle sa­line. I dissapori non erano dettati da semplici gelosie bensì riflette­vano interessi economici specifici. Notevoli quantitativi di sale erano destinati alle terre settentrionali, in quanto costituiva un prodotto in­dispensabile per la conservazione delle carni, specie quelle suine.

I proprietari
Prima della nazionalizzazio­ne dei bacini di cristallizazione di Sicciole, avvenuta nel 1904 per opera dell’Erario austriaco, gli stessi erano suddivisi tra una mol­titudine di proprietari. In questa pletora rammentiamo i grandi pos­sessori, come i Grisoni che detene­vano ben 450 cavedini, i borghesi Barbojo e non poche famiglie che annoveravano magari pochi bacini di evaporazione. Tra i possessori vi erano anche i Frati francescani le cui entrate, ricavate dalla ven­dita del sale, erano utilizzate, so­prattutto per adornare la chiesa, come scrive il visitatore apostoli­co Agostino Valier nel 1579 nella sua relazione. La proprietà priva­ta si era sviluppata in particolare dal XIV secolo in poi ossia in con­comitanza con il notevole svilup­po riscontrato dal commercio del sale. Precedentemente, invece, l’intera area adibita a saline era di pertinenza comunale, in quanto la medesima era situata sul territo­rio municipale, e quindi appalta­va i bacini di cristallizzazione ai soggetti interessati (patrizi e bor­ghesi). Con il tempo, la situazio­ne mutò ed i medesimi divennero possessori, infatti, lo stesso statuto comunale del 1358 li riconosceva come tali. Nel 1384, invece, si era stabilito che le parti abbandonate delle saline, cioè non in funzione da almeno tre anni, potevano esse­re acquisite da qualunque cittadino e considerarle di sua proprietà. Dopo la Restaurazione sorse­ro i nuovi magazzini, nel 1820 l'”Antenal”, abbattuto nel secon­do dopoguerra, nonché il “Monfort” e una struttura minore a partire dal 1824. In quel periodo i ba­cini di cristallizzazione superava­no le 7000 unità e occupavano una superficie di oltre 6, 2 milioni di metri quadrati.

Le cure termali
I primi esperimenti che sfrut­tavano l’acqua madre delle saline furono avviati nel 1879 dal medico piranese Giovanni Lugnani il cui intento era curare i disturbi reumatici. Il 1885 rappresenta una data importante in quanto dopo tre soli bagni nell'”acqua madre” scomparvero i dolori al gomito e al ginocchio del medico chirur­go mantovano Cirillo Salvetti. Con altri due trattamenti e grazie ai massaggi con il fango natura­le delle saline, il cliente riacqui­stò anche la mobilità degli arti. Questo non fu un caso isolato in quanto vi furono anche altri casi di guarigione. In quello stesso anno si ebbero le prime gite organizzate e si iniziava addirittura a disporre di locali per soggiornare gli ospiti che lentamente giungevano in quella baia. Le cure termali gettarono le basi del turismo a Portorose, che di lì a breve divenne un importante centro di villeggiatura, anche gra­zie all’impulso del podestà Dome­nico Fragiacomo il cui intento era emulare l’esperienza di Abbazia, che in quel periodo stava annove­rando una soddisfacente presenza di ospiti provenienti dal vasto im­pero austro-ungarico. La fine del XIX secolo rappresentò anche la parabola discendente della salina­tura locale, infatti l’esportazione del bianco cristallo – che ancora negli anni Sessanta e Settanta ar­rivava in Olanda, in Brasile o in India, grazie alle navi che salpa­vano dalla città di San Giusto – si arrestò e anche lo sfruttamento in­dustriale (soprattutto per i concimi chimici) conobbe un arresto.

Impiego per tutti
Benché il sale prodotto in loco non riscontrasse più l’importan­za centrale che annoverava tra il Medioevo e l’età moderna, la sua produzione rappresentava ancora un’attività redditizia nei cui stabilimenti trovavano impiego cen­tinaia di famiglie locali, le quali, dopo la festa del patrono cittadino, San Giorgio, solevano abbandona­re Pirano per stabilirsi tempora­neamente nelle saline. Nell’area del Vallone di Sicciole esisteva­no delle casette in pietra carsica, realizzate perlopiù nella seconda metà del XVIII secolo, cioè negli ultimi decenni del dominio vene­ziano, e nella prima metà del seco­lo successivo se ne annoveravano ancora 440. Oggi, dopo decenni di abbandono e senza una regolare manutenzione, quegli edifici sono ormai in buona parte diroccati, con i tetti crollati ed invasi dalla vegetazione. Eppure sino a mezzo secolo or sono i medesimi ospita­vano ancora centinaia di persone impiegate in quel tradizionale set­tore economico. Quelle abitazioni stagionali avevano una funzione ben precisa, pertanto al pianoter­ra si trovava il magazzino per la conservazione del sale prima dell’«incànevo», ossia l’immagazzi­namento nelle strutture più capien­ti di Santa Lucia e di Portorose. In quell’ambiente vi era una scala in­terna che conduceva al piano superiore ove la famiglia viveva, qui c’era la cucina, la camera dei ge­nitori e un’altra stanza per i figli. Il viaggio, che avveniva via mare, è descritto anche da Giuseppe Caprin, che, nelle Marine istriane del 1889, riporta: «Partono i bat­telli e ciascuno trasporta la mobi­lia di una casa: i paglioni, le sedie, la madonna, qualche gabbia, boc­cioni rivestiti di giunchi, la piat­teria, le reste d’aglio, le galline e sino il gatto». Il lavoro si svolgeva con il ritmo di sempre, nonostante il passare dei secoli, difatte le tec­niche di raccolta del sale rimasero le medesime, pressoché immutate. Lo scrittore triestino annota anco­ra: «Sotto il calore ardente del tra­monto il sale, già formato nei ba­cini, scintilla come polvere di vetro: è una nevicata che copre tutto il vallone e che in breve sparisce, raccolta sull’orlo dei letti dalle svelte salinarole».

L’abbandono
Il secondo dopoguerra fu con­traddistinto dal tramonto della salinatura. Le ragioni della deca­denza e della chiusura degli stabi­limenti sono molteplici. In primo luogo la produzione, che avveni­va secondo i metodi tradizionali, non era più concorrenziale. Non va poi scordato l’esodo della stragrande maggioranza della popo­lazione autoctona, le cui partenze spopolarono il territorio, ma an­che lo impoverirono, perché se ne andarono anche quei saperi lega­ti ai mestieri e alle attività secola­ri, stratificati nei singoli individui e che si tramandavano all’interno delle famiglie di generazione in generazione. Lo stillicidio delle partenze determinò il declino e/o la contrazione di non poche tradizionali attività: la cantieristica, rappresentata dal lavoro nei pic­coli squeri, l’agricoltura, che, spe­cie nel Piranese, era caratterizza­ta dalla coltivazione delle primi­zie sui terrazzamenti delle colline trasformate dall’uomo in orti, i cui prodotti arrivavano anche sul mer­cato di Trieste, e la produzione del sale appunto. Vi è una stretta cor­relazione tra l’esodo ed il venir meno del lavoro all’interno delle saline. Dal termine del conflitto, per circa un decennio, tale attivi­tà aveva conosciuto ancora i ritmi di sempre: le persone più anziane continuavano ad essere impiega­te nei bacini di cristallizzazione, in primavera si stabilivano nelle saline e la produzione non aveva subìto grosse contrazioni. L’ini­zio della fine si manifestò, inve­ce, alla metà degli anni Cinquan­ta del secolo scorso, parallelamen­te al culmine dell’esodo che stava svuotando sia il centro urbano sia le località limitrofe. Nonostante il tentativo di rimpiazzare i lavorato­ri, con manodopera fatta arrivare anche dal lontano Prekmurje (Slo­venia orientale), fu molto arduo ovviare ad una situazione diffici­le. Malgrado vi fossero ancora dei lavoratori del posto essi erano in­sufficienti a tenere testa ad un’attività che si estendeva su una su­perficie piuttosto ampia. Anche se vi era la volontà di continuare con il lavoro apparve chiara l’impossi­bilità di mantenere in vita tutti gli stabilimenti.
In quest’ottica, nel 1968, furo­no abbandonate le saline di Fontanigge, oggi parco naturale, furo­no chiuse quelle di Santa Lucia, e successivamente bonificate, men­tre quelle di Lera e di Strugnano rimasero aperte solo in parte, e ancora oggi producono il bian­co cristallo. Il resto è invaso dal­la vegetazione – quell’ambiente rappresenta altresì un habitat ricco di specie animali – e ogni tanto si nota qualche granchio rattrappito.

Fonti e bibliografia consultati:
A. APOLLONIO, Una cittadina istriana nell’età napoleonica: Pirano 1805-1813, in “Atti del Centro di ricer­che storiche di Rovigno” (=ACRSR), vol. XXIII, Trieste-Rovigno 1993; A. APOLLONIO, Le saline di Pirano e la loro importanza nei secoli passati, in El sal de Piran, Pirano 2000; G. BENUSSI, Contributi allo studio del monopolio ve­neto del sale in Istria nel secolo XVIII, curato da M. Budicin e G. Benussi, in “ACRSR”, vol. XXX, Trieste-Rovigno 2000; F. BONIN, Proizvodnja v Piran-skih solinah od 16. do druge polovice 18. stoletja, in “Annales”, series Histo-ria et Sociologia, vol. 11, fasc. 1, Ko-per 2001; G. CAPRIN, Marine istriane, Trieste 1889; D. DAROVEC, Solarstvo v severozahodni Istri od 12. do 18. sto­letja, in “Annales”, series Historia et So­ciologia, vol. 11, fasc. 1, Koper 2001; F. GESTRIN, Trgovina slovenskega zale-dja s primorskimi mesti od 13. do konca 16. stoletja, Ljubljana 1965; J-C. HOC-QUET, Il sale e la fortuna di Venezia, Roma 1990 (fondamentale); E. IVE-TIC, L’Istria moderna. Un’introduzione ai secoli XVI-XVIII, Trieste-Rovigno 1999; A. LAVRIC, Vizitacijsko porocilo Agostina Valiera o Koprski skofiji iz leta 1579/Istriae visitatio apostolica 1579 vi-sitatio iustinopolitana Augustini Valerii, Ljubljana 1986; Le saline tra passato e presente, Scuola elementare “Vincenzo de Castro” Pirano, Pirano 1999; E. NI-COLICH, Cenni storico-statistici sul­le saline di Pirano, Trieste 1882; M. PAHOR, Socialni boji v obcini Piran od XV. do XVIII. stoletja, Ljubljana-Pi-ran 1972; A. PUCER, La forza curati­va delle saline, in El sal de Piran, Pirano 2000; Relazioni dei podestà e capitani di Capodistria, in “Atti e Memorie del­la Società Istriana di archeologia e sto­ria patria”, vol. VIII, fasc. 1-2, Parenzo 1892; R. STAREC, Mondo popolare in Istria: cultura materiale e vita quotidia­na dal Cinquecento al Novecento, Trie-ste-Rovigno 1996; G.F. TOMMASINI, De Commentari storici geografici della Provincia dell’Istria, in “Archeografo Triestino”, vol. IV, Trieste 1837.
Il presente testo, rivisto e ampliato, è stato presentato al convegno Storia del sale nell’Alto Adriatico: le sue vie di trasporto e commercializzazione – Muggia, 2 maggio 2009.
* Socio fondatore e presidente della Società di studi storici e geografici di Pirano, membro dell’assemblea della Comunità degli italiani “Giuseppe Tartini”. I suoi studi concernono in particolare il periodo veneziano sulla sponde orientali dell’Adriatico e la storia del XIX secolo, lo sviluppo della coscienza nazionale e come questa veniva trasmessa attraverso le espressioni culturali.
Fonte: «La voce in più Storia e Ricerca», 06/06/09.