Quando Vittorio Emanuele III di Savoia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria facendo entrare il Regno d’Italia nel tremendo conflitto che da quasi un anno stava devastando l’Europa, ci furono manifestazioni di giubilo tra gli interventisti e gli irredentisti. Tra coloro che scesero esultanti in Piazza San Marco a Venezia sventolando tricolori ed intonando canti patriottici, c’era anche una cospicua rappresentanza di giovani giuliani e trentini che erano esfiltrati in Italia nell’estate 1914 per non venire arruolati nell’Imperial-regio Esercito. Nei mesi precedenti erano stati inquadrati come volontari nel Regio Esercito, pur sapendo che, qualora fossero stati catturati in battaglia e riconosciuti, rischiavano il capestro austriaco per diserzione e tradimento. Tra costoro c’era anche il capodistriano Nazario Sauro, destinato a diventare martire ed icona dell’irredentismo istriano.
Stando a diverse fonti, il Tenente di Vascello Nicolò Sambo (pseudonimo adottato da Sauro per non venire immediatamente identificato) prese parte a una delle prime missioni italiane nel conflitto. Scoccata la mezzanotte tra il 23 ed il 24 maggio 1915, escono dalla base navale di Venezia due squadre di cacciatorpediniere: la prima per esplorare le acque antistanti la città lagunare in funzione difensiva, ma la loro uscita fu vana in quanto la flotta austriaca uscì quasi al gran completo dall’arsenale di Pola per cannoneggiare la costa italiana dalla Romagna fino a Barletta, secondo un piano a lungo preparato che arrecherà danni e vittime soprattutto ad Ancona. La seconda formazione (CCTT Zeffiro, Corazziere e Bersagliere) compie invece un’operazione offensiva nella laguna di Grado che si concretizzerà nel cannoneggiamento delle postazioni austriache dell’isolotto di Porto Buso. Presumibilmente Sauro è imbarcato sul Bersagliere e mette a frutto la sua conoscenza del litorale maturata negli anni in cui aveva lavorato come marinaio civile, evitando le secche e guidando la flottiglia nelle infide acque lagunari. Il presidio asburgico viene facilmente sopraffatto e si arrende: il rombo dei cannoni e la vista del naviglio italiano che si muove indisturbato attorno all’isola di Grado induce le autorità cittadine ed i militari lì dislocati a ripiegare su Monfalcone, consentendo così al manipolo di giovani irredentisti locali di issare il tricolore sabaudo in cima allo slanciato campanile della cattedrale. Una delegazione gradese cerca un abboccamento ad Aquileia con le truppe italiane, che però accolgono con diffidenza l’invito a prendere possesso dell’isola, temendo una trappola: sarà una costante di tutto il conflitto e dell’immediato dopoguerra la scarsa fiducia dei militari nei confronti degli italiani delle località occupate, i quali verranno coinvolti con riluttanza nell’amministrazione territoriale. In questa occasione, il 26 maggio un drappello di bersaglieri appare a Grado, ma nel primo pomeriggio si è già ritirato e solamente il 28 i fanti piumati giungeranno in forze prendendo il controllo della cittadina che diventerà una base di torpediniere e di idrovolanti. Qui compirà infatti l’ammaraggio di fortuna che gli costerà la ferita ad un occhio Gabriele d’Annunzio ed una foto testimonia invece la presenza di Sauro a Grado tra una missione sull’antistante costa istriana e l’altra, immortalato assieme ad altri ufficiali di Marina e a personalità cittadine sulla diga che oggi è a lui intitolata.

Scrive il giornalista del Gazzettino ed amico di Sauro, Silvio Stringari, nel libello “Nazario Sauro” pubblicato nel 1917 per celebrare la Medaglia d’oro al Valor Militare impiccata dagli austriaci a Pola il 10 agosto 1916: «Lo rividi 24 ore dopo, raggiante, aveva già avuto il battesimo del fuoco; aveva partecipato, come tenente di vascello assimilato nella nostra Marina, nell’alba di quel primo giorno di guerra, alla presa di Porto Buso».
Lorenzo Salimbeni