R. Pupo, «Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio»

Scritto da Gianfranco Franchi

Il lungo esodo (Rizzoli, 2005) è un saggio equilibrato, ben documentato e illuminante: argomento principe, esodo e ragioni dell’esodo dei giuliano-dalmati, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il 1954. Pupo riesce nella complessa impresa di offrire uno spaccato delle ragioni di tutti: dei vincitori della guerra, ossia i popoli slavi all’epoca confederati nella Jugoslavia, e degli sconfitti, ossia il popolo italiano che viveva in territori e città fondate dai loro antenati, nell’Istria Costiera, a Fiume e a Zara, e s’è ritrovato costretto a fuggire dall’occupazione militare comunista slava, dopo aver subito terrificanti violenze, cercando una difficile ospitalità in tante città italiane e poi all’estero (Australia in primis).

L’argomento scotta perché, come Pupo ricorda, per decenni è rimasto tabù: chiariamo meglio… «vale a dire l’esistenza di robusti interessi politici che per alcuni anni hanno sconsigliato di attribuire alle tragedie giuliane una portata nazionale. Sotto questo profilo, il caso più evidente, ma anche più semplice da intendere, è quello della cultura di sinistra d’ascendenza marxista, animata da un duplice ordine di preoccupazioni. La prima e più generale era quella di non dar fiato alle forze anticomuniste in Italia, cui la politica oppressiva del regime di Tito nei confronti degli italiani offriva abbondanti argomenti polemici. La seconda e più specifica era quella di stendere un velo d’ombra sui comportamenti quantomeno ambigui tenuti dal PCI sulla questione di Trieste nell’ultima fase della Resistenza e nei primi anni di dopoguerra» (p. 18).

Non c’è dubbio – conclude lo storico – che questo tipo di preoccupazioni abbiano scosso gli studiosi, preoccupati, denunciando eventualmente Esodo e Foibe, di dare spazio alla propaganda nazionalista, anticomunista e antislava: «un pericolo che andava scongiurato non parlandone affatto», a quanto pare. Assieme, questioni di opportunità strategica – la Jugoslavia manteneva stabilità in Europa, era importante restasse unita e forte, sostenuta com’era da Stati Uniti e Inghilterra, post crisi con la rossa madre URSS – suggerivano agli italiani che non si dovevano aprire ragioni di contrasto con gli ostili e suscettibili vicini slavi. D’altra parte, era rimasta una minoranza di nostri compatrioti, nella nuova nazione: dovevamo tutelare il loro diritto alla sopravvivenza in condizioni dignitose.

Pupo ricorda che in Italia non si parlava di Esodo e di Foibe, se non nella pubblicistica “minore” (le virgolette sono mie) e in quella locale, ma che al contempo non si parlava affatto delle pratiche snazionalizzatrici fasciste a danno delle minoranze croate e slovene che abitavano nel nostro Paese: a danno di popoli che andammo ad aggredire militarmente negli anni della Seconda Guerra Mondiale, o che patirono i campi di internamento di Gonars e Arbe (p. 64: 30mila persone in tutto furono imprigionate). Niente: la questione era patrimonio culturale di chi veniva da quelle parti, e di un partito in particolare che non ha mai abbandonato gli esuli. Questo lo aggiungo io, da privato cittadino con la memoria lunga. Quel partito – unico a difendere la memoria e la verità storica – è stato ed era l’MSI. A qualcuno, machiavellicamente, faceva comodo che fossero solo loro a difendere la verità: permetteva di dare un solo colore politico agli esuli. Come gli esuli sanno, questa è una terribile menzogna che hanno pagato sulla loro pelle; e ancora pagano.

Qualcosa è cambiato già nel 1990, quando il Comune di Trieste approvò una mozione che invitava il governo a promuovere una commissione mista italo-jugoslava incaricata di far luce sulla questione delle foibe. Nel 1993 – caduta la JU – ne nacquero due: una italo-slovena, l’altra italo-croata. La prima ha prodotto un rapporto finale congiunto nel 2000, nato da «intensi scambi tra gli storici dei due Paesi», fertili di «nuova stagione di ricerche». La seconda, a quanto è dato sapere, non ha prodotto nulla. Cose che capitano. Nel marzo 2004, come tutti ricordiamo, il Parlamento IT ha approvato l’istituzione del Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, delle vicende del confine orientale e dei cittadini costretti all’Esodo (p. 23). Ricordatevi di celebrarlo, ogni 10 febbraio. Grazie. Ve ne saremo grati.

Limite principale dei recenti approcci storiografici, spiega Pupo, era l’individuazione del nazionalismo italiano prima e del fascismo poi come «causa prima» (p. 23): sia degli antagonismi, sia della violenza slava. Naturalmente ciò non bastava a giustificare le violenze commesse da mano jugoslava e partigiana comunista italiana, sua orgogliosa fiancheggiatrice: «Anche altri fili si annodarono fino al punto da rendere la situazione degli italiani nei territori sotto controllo jugoslavo del tutto invivibile nel secondo dopoguerra: fili che rimandano all’esistenza di progetti autonomi, in cui si saldavano rivendicazioni nazionaliste, politica di potenza e radicalismo ideologico, nel contesto della fondazione dello Stato più stalinista dell’Europa orientale» (p. 24). Mi sembra decisamente chiaro.

Gli occupanti slavo-comunisti delle perdute Zara e Fiume, e delle città istriane, non si limitarono a «costruire» il futuro secondo l’egida della loro ideologia, ma riscrissero la storia «da cui la presenza italiana doveva essere espunta o circoscritta a una mera parentesi ‘coloniale’». Si è trattato, spiega Pupo, «di una classica operazione di ‘invenzione della tradizione’, tutt’altro che infrequente nella contemporaneità» (p. 15). Se non fosse abbastanza chiaro, ecco un buon esempio: «Da parte dei quadri comunisti croati dell’Istria la costruzione del socialismo sarebbe equivalsa alla distruzione delle basi materiali della storica prevalenza degli italiani, mentre la lotta per la conquista del potere e l’edificazione della società socialista avrebbe assunto i connotati di una conquista delle città da parte della campagna» (p, 66).

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Qualche numero. QUANTI sono stati gli italiani esuli? Pupo ritiene che, tra 1944 e fine anni Cinquanta, siano stati costretti all’Esodo più di 250mila persone, in massima parte italiani. Il dato è diverso da quello canonico, 350mila, «eseguito dalle associazioni dei profughi istriani e al quale oggi in IT si fa correntemente riferimento»: è una stima che si riferisce agli «esuli», senza entrare nel merito della loro nazionalità (p. 188), scrive Pupo, spiegando in Nota (pp. 296-297) che essa venne ottenuta aggiungendo ai 201.400 correttamente censiti nel 1958 altri 150mila, così ripartiti: 35.300 individuati senza assistenza, 54mila emigrati, 50.700 presunti, 10mila esodati dopo il 1956. Mi permetto di giudicare più credibile il numero stabilito dalle Associazioni in tempi non sospetti.

Pupo rimarca che il Ministero degli Esteri Italiani, a Esodo appena concluso, stimava in 270mila i profughi italiani, ribadendo che erano necessari approfondimenti. Numeri a parte, ribadisce: «Un intero popolo, con le sue articolazioni sociali, le sue tradizioni e i suoi affetti, era stato cacciato dalla propria terra» (p. 13). E questo è fondamentale per poter parlare di Esodo, che siano stati 270mila o 350mila. La loro presenza risaliva all’epoca della romanizzazione (!) e non aveva sofferto, naturalmente, per nessuno dei precedenti cambi di sovranità avvenuti nella Venezia Giulia: ossia da Venezia all’Austria (fine Settecento), dall’Austria all’Italia (primo Novecento). Dietro di sé, lasciarono una situazione «catastrofica: cittadine ridotte ad abitati fantasma, uffici e botteghe vuote, gli orti mediterranei abbandonati, il paesaggio antropico regredito di secoli in pochi anni» (p. 14). Nuovi abitanti erano «nuovi soggetti, largamente estranei al territorio». Largamente – estranei – al – territorio.
La popolazione autoctona slovena e croata, storicamente estremamente minoritaria nell’Istria Costiera, a Fiume e a Zara, non poté colmare il vuoto lasciato dagli esuli, sia dal punto di vista demografico che sociale (p. 14).

In Istria, nei primi decenni del Novecento, quella italiana era «una società completa, ricca di articolazioni e autoctona (…). Una società che era stata certo sottoposta ai processi di modernizzazione economica e politica, ma che nel suo insieme presentava ancora numerosi connotati tradizionali» (p. 27); mentre in Dalmazia, con l’eccezione di Zara, gli italiani soccombevano di fronte a una società croata in larga espansione. In ogni caso: nel 1910 – censimento austriaco – su 405mila abitanti dell’Istria – campagne incluse – risultavano questi numeri: 147.416 italiani, 55.365 sloveni, 168.116 croati (p. 269). Gli austriaci tenevano molto ad aumentare il numero dei croati, per arginare la predominanza italiana. Nel 1939, soltanto tra Pola, Fiume e Zara e relative province c’erano infatti 241.186 italiani – più o meno corrispondenti ai 250mila esuli di cui parla Pupo (p. 190). Nel 1961, gli jugoslavi hanno contato 25.615 italiani rimasti ospiti del loro neo-Stato, cifra comprensiva di quegli italiani comunisti emigrati in Jugoslavia per ragioni politiche (…) e di quegli italiani che preferivano imboscarsi sotto altra nazionalità per evitare gogne e maltrattamenti.

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NEGAZIONISMO ex JUGOSLAVO. Chi può negare un fenomeno macroscopico come questo? «La storiografia slovena e quella croata per esempio, per decenni hanno semplicemente ignorato l’accaduto e, nei pochi casi in cui hanno fatto cenno alle trasformazioni demografiche, nazionali e sociali avvenute nel Litorale sloveno e in Istria, hanno più che altro badato a circoscriverne la portata, depurandola di ogni valenza politica (…)» (p. 192).

Un bel respiro. «Hanno accuratamente evitato anche soltanto di nominare l’Esodo e gli esuli, preferendo parlare di optanti ed emigranti. In questo caso la scelta lessicale ha svolto una duplice funzione: rifiutare a priori i termini in cui la questione degli spostamenti di popolazione del dopoguerra era stata posta dalla storiografia (…) e sottolineare la ‘normalità’ delle partenze degli italiani, ridotte sul piano formale al libero esercizio di un diritto di scelta garantito dal trattato di pace» (pp. 192-193). Come se non bastasse, secondo loro «emigravamo» per ragioni «economiche»: emigravamo perché il governo italiano faceva propaganda «in favore dell’Esodo, in funzione antijugoslava e anticomunista» (p. 193: è vero il contrario, cfr. De Gasperi & C., p. 194). Naturalmente, gli storici slavi non accennavano nemmeno all’oppressione nazionale come principale fattore scatenante dell’Esodo (p. 193); figuriamoci alla loro pulizia etnica commessa nelle Foibe. Cos’era successo nelle Foibe? Ma è chiaro: «Singole irregolarità» (p. 73), «Fenomeni marginali», episodi figli di un «ribellismo» privo di «sostanza politica». Tutto qua, stando a loro. È bene dimenticare che chi non collaborava con gli slavocomunisti era considerato «nemico del popolo», antifascista o meno che fosse. Nella cultura comunista, il «nemico del popolo» andava semplicemente ucciso, ancora a ridosso del 1946 e oltre. Gli jugoslavi erano convinti fosse giusto.

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Chiaro è che queste favolose congetture non hanno attecchito soltanto nelle università jugoslave e nelle sedi del partito comunista jugoslavo, e poi nelle case slovene e croate: «l’interpretazione negazionista, o quantomeno riduzionista (…) si è diffusa anche in alcuni ambienti della sinistra italiana» (p. 195). Oggi le cose sono diverse: la Commissione Italo-Slovena, nel documento pubblicato post lavori 1994-2000, riconosce che «le comunità italiane furono condotte a riconoscere l’impossibilità di mantenere la loro identità nazionale (…) nelle condizioni concretamente offerte dallo Stato jugoslavo e la loro decisione venne vissuta come una scelta di libertà» (p. 195). E arrivederci a sessant’anni di bugie propagandate in certi partiti italiani, e in certi libri di storia. Sarebbe ora.

Io le ho viste, nelle case dei rimasti, in Istria, le foto di Tito, ancora negli anni Ottanta. Ero bambino, e quel suo viso maligno mi faceva spontaneamente orrore. E capisco questo ricordo di una contadina di Orsera, un ricordo terribile, più lontano di qualche decennio:

«Nelle nostre case il ritratto del nuovo capo del governo doveva avere un posto di riguardo. Tito ci guardava, ci controllava, regolava le nostre vite. Mio padre non si rassegnava, la sera quando tornava a casa, stanco del lavoro, imprecava, bestemmiava (così bonariamente come solo i veneti riescono a fare), buttava la foto per terra, ma non doveva urlare, perché gli altri potevano sentire e fare la spia. Una sera, come tante, aspettavamo che mio padre rientrasse, ma i muli (…) tornarono soli. Mio padre non c’era. La mamma con sgomento ci disse: ‘La notte lo ga portà via’» (p. 199)
Ecco, questo episodio simboleggia le condizioni di vita sotto il regime comunista, per i nostri poveri compatrioti rimasti a casa loro, ma sotto una bandiera diversa, con ricca – diciamo così – stella rossa. C’è stato di peggio. Ne parliamo più avanti.

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Pupo definisce il progetto jugoslavo sulla Venezia Giulia come una saldatura inestricabile di «motivazioni nazionali e ideologiche»: era, scrive, «compiutamente totalitario, perché ambiva a controllare tutti gli aspetti della realtà locale, ed era rivoluzionario» (p. 99). Sulla base del delirio nazi-comunista slavo, essi si sentirono autorizzati a ogni genere di violenza. 1945. «L’ondata di violenze coprì tutta la regione, e in Istria apparve come una brutale ripresa della logica di sangue interrotta nell’ottobre del 1943. Arresti e uccisioni si concentrarono soprattutto nei centri urbani (…) in particolare a Trieste e nel Goriziano. (…) appena cessarono i combattimenti tra le truppe jugoslave e quelle nazi-fasciste, centinaia di militari della RSI caduti prigionieri dei soldati di Tito furono passati per le armi (…) e migliaia di altri furono avviati verso i campi di prigionia, dove fame, violenze e malattie mieterono un gran numero di vittime.

Contemporaneamente, le autorità jugoslave diedero il via a un’ondata di arresti che seminò il panico nella popolazione italiana. Parte degli arrestati venne subito eliminata, molti di più vennero deportati in campi diversi da quelli in cui venivano concentrati i militari (…) Obbiettivo delle violenze furono le persone più diverse (…). A parte i casi evidenti di giustizia sommaria, sia gli arresti che le eliminazioni non avvennero tanto sulla base delle responsabilità personali quanto dell’appartenenza, mirando, più che a punire colpevoli, a mettere in condizioni di non nuocere intere categorie di persone considerate pericolose» (p. 99)

Nell’Istria come a Fiume, a Trieste come a Gorizia, post aprile 1945 per gli slavi il problema non era «eliminare sic et simpliciter gli italiani, ma di ‘ripulire’ il territorio da tutti i soggetti che potevano mettere in discussione la saldezza del nuovo dominio e incrinare l’immagine di compattezza della partecipazione popolare agli obbiettivi dei nuovi poteri» (p. 100). In un simpatico verbale relativo a incontri tra Stalin e compagni jugoslavi, si legge che quando essi ammisero che a Trieste e a Fiume c’erano «gruppetti autonomisti» (ah, l’arte dell’eufemismo rosso) che potevano dichiararsi contrari all’annessione, sicuramente «irrilevanti», Stalin ridacchiò:

«Allora buttateli in mare» (p. 101).
Unica speranza per essere graditi agli slavi? «Militare nel movimento di liberazione jugoslavo»: comunista e nazionalista. Punto. (p. 102) Non è un caso se nella nostra famigerata Resistenza Italiana Comunista ci si espresse «in favore dell’annessione alla Jugoslavia», opponendosi all’Italia stessa, e al resto della Resistenza (cfr. fatti di Porzus, col comandante poi graziato e pensionato dal Presidente della Repubblica Pertini…), e a parte del PCI nazionale, non triestino, aprendo a Trieste una «frattura storica» forse mai riassorbita (p. 93 e p. 119, battute del comunista giuliano Giorgio Jaksetich). La disumanità, l’infamia e la sporcizia di quei partigiani comunisti italiani macchierà in eterno la loro lotta per la giustizia e la libertà.

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Nel 1948 il ritmo delle domande di opzione per l’Italia si impennò. L’italianità dei centri dell’Istria interna – mai riconosciuta dagli slavi, convinti derivasse dalla «snazionalizzazione» del ventennio – venne smentita da Pisino, dove il 90 percento dei cittadini domandò l’esilio, e da Montona, 99 percento, e da Pinguente, 99 percento. Questo conferma, secondo Pupo, «l’estrema fragilità dell’impianto ideologico su cui si reggeva da parte jugoslava il giudizio sulla composizione etnica della Venezia Giulia» (p. 143).

Sestan aveva spiegato, tre anni prima, che in un’area mistilingue l’appartenenza nazionale non derivava dalla natura, ma era atto di elezione: chi era incerto preferì dirsi italiano, piuttosto che diventare comunista e vivere sotto regime; chi era incerto preferì la cultura italiana piuttosto che la cultura del lavoro nei campi. Ecco che la propaganda comunista jugoslava è riuscita a definire l’Esodo «grande momento di snazionalizzazione». Di chi? Ma degli sloveni e dei croati dell’Istria. Quando si dice «cecità».

«La scelta dell’esodo (…) fu in genere scelta collettiva, capace di svuotare interi paesi o addirittura intere città come Pola, si pose come punto di arrivo di un lungo processo di destrutturazione e di atomizzazione delle comunità italiane. Attraverso una molteplicità di itinerari e di sofferenze esse furono condotte a riconoscere l’impossibilità di mantenere la loro identità nazionale – intesa nel suo senso forte, come complesso di modi di vivere e di sentire secolarmente sedimentati – nelle condizioni proposte dallo Stato jugoslavo. (…)» (p. 204). Come scrisse Theodor Veiter nel 1967, «La fuga degli italiani secondo il moderno diritto dei profughi è da considerare un’espulsione di massa».

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Come venimmo accolti? Ci fu chi, nel Partito Comunista (Sereni, Ministro dell’Assistenza Postbellica), cercò di bloccare l’arrivo dei profughi. Perché? Perché erano “nazionalisti”, oppure “fascisti”: chi altri poteva fuggire in massa dall’avvento del socialismo, per giunta in lingua straniera, annessa una simpatica occupazione militare che amava stuprare le donne e infoibare a piacere, imponendo il culto del capo, il boia macellaio Tito? Un fascista, no? È chiaro. «Si trattava degli stessi pregiudizi che avrebbero portato (…) a clamorosi atti di ostilità da parte di militanti comunisti nei confronti dei profughi di Pola al momento del loro sbarco a Venezia e Ancona o del loro insediamento in alcune regioni del Nord. Alla stazione di Bologna, per esempio, un treno di profughi rimase bloccato per ore sui binari per le proteste di alcuni ferrovieri che non permisero lo svolgimento delle operazioni di soccorso e approvvigionamento» (p. 206).
Sentite qua. «C’era gente che faceva il pugno chiuso così e ci diceva fascisti e non si poteva neanche scendere dal treno, ma noi avevamo bisogno di bere un po’ d’acqua e non ci lasciavano scendere» (p. 206).

Nel 1947, una circolare spedita a tutte le federazioni del PCI ricordava – ma era troppo tardi – che non ci si doveva disinteressare a questi nostri connazionali. Sull’Unità del 30 novembre 1946 una penna rossa diceva che l’Esodo era stato «artificiosamente sollecitato con spauracchi inconsistenti e con promesse inattuabili», e che nelle loro terre occupate i rimasti avrebbero potuto conservare casa e lavoro (nazionalizzando le osterie?). Insomma: «Non è necessario dunque sia acuita la crisi delle città colpite dalla guerra dove già scarsi sono il pane, il lavoro e l’alloggio per migliaia di famiglie» ospitando i nostri poveri compatrioti, colpevoli di essere istriani, fiumani e zaratini e quindi nemici del nazionalismo jugoslavo, e dei disegni nazionalisti croati e sloveni.

Ecco cos’era il comunismo italiano. Ecco perché un cittadino italiano non può essere comunista. Perché la sua è un’ideologia spietata, omicida, barbara, antipatriottica: estranea all’umanità, estranea alla pietà, estranea alla gentilezza. Ignoranti o meno che fossero, quei militanti comunisti che hanno umiliato o offeso i profughi istriani, fiumani e zaratini restano feccia di quel partito e feccia dell’umanità. E chi ancora ripete, nel 2009, i loro slogan e i loro insulti, rinnovando la tragedia dei giuliano-dalmati, negandone l’Esodo, negandone le Foibe, negando violenze e torture subite soltanto in nome della loro italianità, è un uomo malvagio che si meriterebbe l’invasione jugoslava in casa, e il quadro di Tito appeso al muro, in cucina. Ben vi starebbe.
In Italia, i nostri nonni profughi vennero accolti in 120 campi, «ricavati da campi di concentramento smantellati, caserme abbandonate e talvolta in rovina, stabilimenti industriali dismessi, chiese e altri ricoveri di fortuna (…) come gli ex manicomi» (p. 209). Ancora nel 1963 – ho detto: 1963 – 8.493 esuli giuliano-dalmati risultavano ospiti di 15 campi profughi. Memorizzate il dato, per favore.
A Laterina, «dovevamo accontentarci di vivere in casematte usate per i prigionieri di guerra, con una coperta militare e un sacco di paglia. Il cibo era razionato e gli abitanti della zona ci trattavano peggio dei delinquenti» (p. 209).

Fertilia. «Arrivammo a un piccolo porto-canale sulla foce di una peschiera, attraversato da un ponte stradale e dai resti di un ponte semidistrutto. Attraccammo e non trovammo nessuno ad attenderci. Era una desolazione. Solo poche case incompiute. Niente strade, solo fossi ed erbacce. Trascorremmo la prima giornata nella più nera desolazione. Poi, volemmo provare a pescare» (p. 210).
Alghero. «Le donne istriane e dalmate erano guardate con diffidenza. Eravamo giovani, allegre e disinvolte. Andavamo in bicicletta e gli uomini del posto avevano scambiato la nostra allegria per superficialità» (p. 211).

Pupo racconta infine l’ultimo esodo – quello per l’Australia – in pagine egualmente intense ma meno violente: certo, non meno dolorose. Vi invito a leggere lo scritto di Stuparich pubblicato a p. 226 per orientarvi nell’accaduto. Sarà difficile – nemmeno di questo s’è parlato nei libri di storia; e questo “altro Esodo” meriterebbe studi a parte – ma almeno inizierete a sapere, non dico “capire”. Capire può solo chi viene da quel sangue.

EDIZIONE ESAMINATA e BREVI NOTE
Raoul Pupo, storico italiano. Insegna Storia Contemporanea all’Università di Trieste. Ha pubblicato, tra i numerosi saggi, Guerra e dopoguerra al confine orientale d’Italia (1999), Foibe (2003), Esodi. Trasferimenti forzati di popolazione nel Novecento europeo (2000).
Raoul Pupo, Il lungo esodo. Istria: le persecuzioni, le foibe, l’esilio, Rizzoli, Milano 2005. Collana Rizzoli Storica. Contiene: inserto fotografico, cartine, abbreviazioni, note, bibliografia, referenze fotografiche, indice dei nomi.
Approfondimento in rete: WIKI It / Massacri delle foibe / LEG.
«Lankelot», ottobre 2009.